Gloria Grahame, il fascino dell’ambiguità

Il Noir in Festival 2017 rende omaggio alla “bad girl” di Hollywood

Con la sua voce, con le labbra imbronciate e il sorriso provocante, Gloria Grahame ha rappresentato nel noir americano di fine anni Quaranta e inizio anni Cinquanta la diva più ambigua amata dai grandi registi che ne sanno cogliere gli aspetti più misteriosi. Gloria, nata a Los Angeles il 28 novembre 1923, figlia di un architetto e di un’attrice e insegnante di arte drammatica, abbandona presto le scuole superiori per iniziare al fianco della madre la carriera sul palcoscenico. A Broadway già nel ’44 non sfugge all’occhio attento del produttore Louis B. Mayer che la mette sotto contratto per la MGM. Debutta sullo schermo in quell’anno con Febbre bionda nel ruolo di una ragazza ingenua, ma non troppo.

Nel ’46 benchè in una parte minore ha la fortuna di essere nel cast del capolavoro di Frank Capra La vita è meravigliosa. Una vera fortuna per lei che ha la possibilità di fare così valere il suo talento. Nel ’47 trasferitasi alla RKO è utilizzata principalmente nella figura della seduttrice, dell’amante spregiudicata. È una prostituta di buon cuore in Odio implacabile di Edward Dmytryk, un film incentrato sul tema dell’antisemitismo nelle forze armate americane e per questa performance si aggiudica una nomination all’Oscar quale attrice non protagonista che però non vince. Poi dopo aver sposato in seconde nozze il regista Nicholas Ray, gira sotto la sua direzione il notevole Il diritto di uccidere, 1950 al fianco di Humphrey Bogart. Il suo personaggio è quello di Laurel Gray, la vicina di casa innamorata di Dixon Steele, un reduce della seconda guerra mondiale con il grado di capitano diventato uno sceneggiatore cinematografico caduto in grave crisi creativa e accusato di aver ucciso una donna.

Il film sarà riproposto martedì 5 dicembre ore 11 nell’ambito del Noir in festival all’Auditorium UILM di Milano insieme alla masterclass di Adrian Wootton intitolata Good at Being Bad: i film di Gloria Grahame. Seguono Il più grande spettacolo del mondo, 1953 di C.B. De Mille e Il bruto e la bella, 1952 di Vincente Minnelli nel quale la Grahame si distingue nei panni di Rosemary Bartlow, la frivola moglie di uno sceneggiatore (Dick Powell). L’interpretazione questa volta le frutta l’Oscar quale migliore attrice non protagonista. Curiosamente il giorno dopo la cerimonia la Grahame va al lavoro portandosi dietro la preziosa statuetta che poi smarrisce. Dopo ore di ricerche febbrili l’Oscar è ritrovato nel magazzino del teatro di posa, dove lei lo aveva dimenticato. Nel ’53 ecco per lei profilarsi un’altra performance nei panni della tipica “good bad girl” in Il grande caldo diretta da Fritz Lang, dove in una scena memorabile è sfigurata in volto dal caffè bollente lanciatole dal suo amante, il violento Vince Stone (Lee Marvin). Nel ‘54 è sul set di La bestia umana ancora di Fritz Lang, remake del mitico L’ angelo del male di Renoir con Jean Gabin. Qui è ancora una volta una vamp, Vicky Buckley, moglie di un dirigente delle ferrovie e amante di Jeff Warren (Glenn Ford), macchinista e reduce dalla guerra di Corea. La loro storia d’amore si concluderà tragicamente. Nel ’55 con La tela del ragno, un melodramma di Minnelli è ancora un’altra moglie, quella del dr. Mclver (Richard Widmark), direttore di una clinica psichiatrica invaghito di un’affascinante giovane dottoressa (Lauren Bacall).

Nello stesso anno in Nessuno resta solo di Stanley Kramer, la diva è la provocante vedova Harriet Larry, che manda a monte il matrimonio del dottor Marsh (Robert Mitchum). Nel 1956 partecipa con successo al musical Oklahoma ! anche se è doppiata nelle parti cantate. Negli anni Sessanta ammalatasi seriamente lavora in televisione e in teatro, ma non a Hollywood che le ha voltato le spalle. Deve accontentarsi per stare davanti alla macchina da presa di polizieschi, thriller e horror a basso costo come Il martello macchiato di sangue, 1971. Il suo personaggio della direttrice sadica e folle di un orfanotrofio mette ancora una volta in evidenza il suo talento. Nel 1980 Jonathan Demme le dà l’ultima possibilità in un ruolo alla sua altezza in Una volta ho incontrato un miliardario. Sposata quattro volte (l’ultimo matrimonio del 1960 è con Anthony Ray, figlio del secondo marito Nicholas Ray), si trasferisce in Inghilterra a Liverpool. Nel settembre 1981 viene operata in una clinica londinese, ma in seguito ad un errore del chirurgo le sue condizioni di salute si aggravano. Trasportata dai figli Timothy e Paulette in un ospedale di New York muore il 5 ottobre a soli cinquantasette anni lasciando ai suoi fan il rimpianto di una carriera sfortunata, quella di una star dal sorriso ambiguo ed enigmatico che Hollywood non ha saputo apprezzare.

di Pierfranco Bianchetti



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