Un'attesa noiosa

UN’ATTESA NOIOSA

Due volte al mese vado in ospedale per un controllo. Attendo il turno seduta su una panca di fortuna, situata in una posizione strategica per vedere la porta d’ingresso della stanza del medico. Non ho un appuntamento ad un’ora precisa. Devo andare alle otto e mezzo e aspettare che arrivi o che finisca di visitare un paziente, dipende dalle giornate. Appena arrivo busso alla porta della stanza, se non ottengo risposta mi siedo sulla panca e comincio a leggere un libro. Di solito in quel corridoio non passa nessuno e posso stare a leggere, non ostante il senso di disagio che provo. L’ ultima volta la porta era chiusa a chiave e aspettai sulla panca leggendo. Mi si avvicinò un medico in camice bianco e con tono polemico mi chiese di abbandonare il mio posto, perché intralciavo il passaggio. Mi alzai, infilai libro e occhiali in borsa e mi allontani di qualche passo in silenzio, pensando di riprendere il posto dopo un po’. Ma il medico mi raggiunse e mi chiese se lo riconoscevo. Lo guardai con attenzione. Sì, mi sembrava di averlo già visto. Ma dove? Era sui cinquanta, stempiato, con occhiali spessi, piuttosto basso e flaccido. Notai che il camice era macchiato e in disordine. Sembrava molto triste. Si presentò e mi disse che era il fratello di Daniela. Ai tempi del liceo eravamo state molto amiche, studiavamo insieme, andavamo alle feste, avevamo cominciato a fumare insieme. A casa sua il giradischi era sempre a tutto volume perché suo fratello, diceva, amava ascoltare ad alto volume, o meglio fare ascoltare al vicinato, le canzoni di Bob Dylan. Il fratello si vedeva raramente in giro per casa e sempre di fretta. Io non ci facevo caso. Ero presa da altri interessi, come leggere i titoli dei tanti volumi stipati negli scaffali per chiederne qualcuno in prestito. Allora non mi ero accorta che lui mi osservava di nascosto. Finito il liceo Daniela si era trasferita a Milano per l’università. Dopo qualche telefonata e qualche lettera ci eravamo perse. Adesso il fratello mi riconosceva dopo tanti anni e tanti cambiamenti. Gli chiesi della sorella, dove viveva, se si era sposata. Mi disse che era tornata in città dopo l’università, ma non aveva mai lavorato, perché aveva sposato un uomo ricco e molto geloso. Lei si era adeguata, intristendo lentamente tra gli agi e la solitudine a cui lui la costringeva. Mi raccontò delle violenze crescenti che pian piano avevano spinto Daniela al suicidio. In pelliccia di cincillà, tutta parata a festa, si era gettata dalla terrazza di un ristorante tre mesi prima. La famiglia del marito aveva fatto pressioni sulla stampa perché non se ne desse notizia precisa. Lui ne era rimasto sconvolto e pieno di rimorsi per non avere capito bene la situazione. All’improvviso la rividi con i suoi gesti allegri, la sua risata squillante e un po’ beffarda, la sua serena sicurezza. Percepii l’ansia del fratello di aggrapparsi ai ricordi che io sola potevo alimentare. In quel momento rientrava il mio medico e lo seguii nella stanza, lasciando indietro il fratello di Daniela, di cui non ricordavo il nome, afflitto nel corridoio. Soltanto a casa, sola in penombra, cercai di ricordare Daniela.

Gabriella Maggio



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