Con Adriana Chirco sulle strade dei Fenici

Fino ad ora ci siamo riferiti alla storia recente; quindi abbiamo chiesto a Adriana Chirco, architetto e docente di Storia dell'Arte, di raccontarci il mondo dei commerci dalle lontane origini ai tempi moderni.

Nel VII secolo a.C. i Fenici fondano Palermo destinandola a punto di sosta per i loro commerci e con il tempo la città s’ingrandisce grazie alla posizione favorevole. Poi diventa provincia romana, bizantina e nell’831 è conquistata dagli Arabi (in realtà non sono gli Arabi della penisola arabica ma popolazioni musulmane del Nord Africa, Magrebini, Egiziani e Tunisini. La strada principale della città corrispondeva fin dall’origine all’attuale via Vittorio Emanuele e noi continuiamo a chiamarla Cassaro. Gli antichi viaggiatori la descrivono come un percorso interminabile di banchi di vendita all’aperto come quelli arabi. Accanto al nucleo antico si costruiscono due quartieri che accolgono nuovi mercati, da una parte il Capo e dall’altra l’Albergheria e Ballarò. Qui arrivano merci da tutto il contado, la produzione dei giardini è notevole e gli Arabi portano agronomi specializzati che introducono nuove coltivazioni. La zona dell’Albergheria si specializza nelle trasformazioni alimentari delle granaglie e dell’olio. Le taverne proliferano nella zona del porto che allora era più ampia dell’odierna Cala. Nella città si costituiscono rioni specializzati; vie e piazze prendono nome dalle attività commerciali e artigianali, per esempio il letto del fiume Papireto accoglie il macello e il mercato della carne, le traverse di via Sant’Agostino hanno nomi particolari come discesa delle capre o discesa dei giovenchi; troviamo anche la piazzetta dei caldumai. La concia delle pelli è riservata al rione tra via Napoli e via Bandiera, completamente modificate dopo i moti carbonari e nel cosiddetto risanamento del Ventennio. Il ‘400 è un periodo importante per l’affermarsi delle botteghe con l’arrivo di Aragonesi, Catalani, Genovesi, Pisani e Amalfitani. Nella zona di piazza Garraffello nasce il quartiere della Loggia che offre banchi per prestiti e cambiavalute. Attorno alla chiesa di sant’Andrea gli aromatari vendono medicamenti e nel Rinascimento diventeranno farmacisti. A conferma della vivacità del quartiere ricordiamo, adiacenti, le botteghe di orafi e argentieri.
Questi rioni commerciali e i mercati medievali sono collegati da un tragitto che circonda il nucleo storico iniziale con intenso traffico di carri e pedoni. Da porta Mazara all’Albergheria al mercato di Ballarò per i cibi, via Divisi, piazza Rivoluzione o Fieravecchia; l’attuale via Alessandro Paternostro raggruppa i chiuvara o ferramenta e i venditori di finimenti per cavalli; si attraversa via vittorio Emanuele, poi il mercato di piazza Garraffello e la Vucciria, nei Banchi della Loggia si presta denaro; quindi via Meli, via Bandiera, via Sant’Agostino fino a incrociare il mercato del Capo che congiunge porta Carini alla Cattedrale. Non esistono botteghe per l’abbigliamento e gli abiti si confezionano in casa, eccezion fatta per la zona dei frangiai, dietro la Vucciria, appunto per frange e accessori d’abito. Non sempre le famiglie nobili frequentano le botteghe e sono i negozianti stessi a recarsi nelle ricche case o a mostrare la merce alle signore che sostano in carrozza di fronte alle vetrine. Alla fine del ‘700 il viceré Caracciolo trasforma la piazza che oggi porta il suo nome, rendendola rettangolare e aggiungendo un ampio porticato con botteghe; si nota ancora sulla destra entrando da corso Vittorio Emanuele. Ovunque i banchi sono protetti da tende, come le pinnate lungo il Cassaro; alcune strade sono perennemente in ombra e talvolta i viandanti si indignano perché alcuni colori, come il rosso, cangiano l’aspetto delle merci. Nella seconda metà del ‘700 si aprono bar e locali di ritrovo, proliferano taverne e posade sull’esempio spagnolo. Nell’800 il commercio si espande oltre i confini del regno, i Florio dimostrano che la Sicilia è ricca e fa gola, arrivano Caflisch e altre rinomate pasticcerie svizzere, l’antiquario istriano Daneu prende residenza e bottega a palazzo Santa Ninfa, solo per fare qualche esempio. A fine ‘800 il Comune, dopo l’Unità d’Italia, costruisce tettoie in ferro al mercato nuovo di piazza Venezia, al Carmine di Ballarò, al Capo. Ma hanno vita breve anche per l’incompatibilità con la calura estiva
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