Iato, le pietre raccontano

La giornalista Francesca Bianchi ha intervistato l'archeologa Lucina Gandolfo, già direttrice del Parco Archeologico di Monte Iato, per la rivisa FT News. Ecco il collegamento all'articolo.

Percorrendo la strada veloce Palermo -Sciacca, dal capoluogo, superata l'avventurosa Portella della Paglia si scopre la stupenda valle dello Iato tra i monti, in un territorio ricco di sorgenti. Le origini dell’antica città di Iato risalgono all’inizio del primo millennio a.C. documentate dagli scavi dell’università di Zurigo dal 1971, dagli archeologi austriaci e locali. Alle popolazioni indigene sicano-elime si aggiunsero i Greci; quindi si avvicendarono le dominazioni cartaginese, romana, araba, normanna e sveva. Per le continue ribellioni la città fu rasa al suolo da Federico II nel 1246. L’imperatore deportò a Lucera in Puglia gli abitanti superstiti. Da quella data tutto finì nel silenzio e ricoperto dalla terra. Grazie all’oblio dopo 800 anni possiamo godere di quella pace, ammirare paesaggi incantevoli, evocare il passato. Il silenzio delle pietre ricorda le avventure e la quotidianità egli antichi abitanti.
Chi lo desidera può salire al Parco Archeologico di Monte Iato percorrendo i sentieri sulla montagna tracciati dal Club Alpino Italiano; si raggiunge la città antica in vetta. Navette da prenotare per chi non sale a piedi. L’Antiquarium di Case d’Alia si raggiunge facilmente in auto. Ma nei secoli dopo la distruzione della città di Iato qualcosa è successo. Conoscendo i fatti di allora potremmo meglio comprendere l’oggi e magari immaginare il domani.
Le note che seguono sono in parte tratte dal bel libro, agile e documentato, di Calogera Schirò: San Giuseppe Jato, Storia Memorie Tradizioni-Serradifalco editore, 2007. L’autrice, professoressa, nata a San Giuseppe Jato nel 1942, è figlia di Giacomo, sindacalista oratore a Portella della Ginestra il giorno della strage, 1 maggio 1947.

Il feudo Mortilli, lungo le pendici del monte Iato, alla cacciata della Compagnia di Gesù dal regno di Ferdinando III di Borbone nel 1767, passò alla Corona e quindi a Giuseppe II Beccadelli. Dalla seconda metà del ‘400 questa famiglia proveniente da Bologna aveva goduto di prestigiose cariche in Sicilia. Si opponeva alla prima riforma agraria che concesse ai contadini le terre dei Gesuiti proposta da Bernardo Tanucci, segretario di Stato del Regno delle Due Sicilie. Giuseppe II Beccadelli di Bologna e Gravina, marchese della Sambuca, principe di Camporeale, quando gli successe incamerò per poco e con prestanome i fondi ex gesuitici e i fondi dell’arcivescovado di Marsala. L’espansione dei possedimenti richiedeva adeguata manodopera e il principe edificò tre nuovi comuni: san Giuseppe (come il suo nome) nell’ex feudo Mortilli, ricco di acque; Camporeale nell’ex feudo Macellaro con collina e castello; e, vicino, Roccamena. Grazie agli incentivi sul canone di locazione delle case, all’assegnazione di un po’ di terreno e a un premio di nuzialità, molte persone, dai comuni limitrofi e da tutta la Sicilia si trasferirono nel nuovo comune di San Giuseppe dei Mortilli (1779). In quarant’anni, da poche centinaia di persone, si superarono le 4.000 (come scrive la professoressa Calogera Schirò). Questa iniziativa immobiliare aiutava l’economia siciliana che era in crisi per il rincaro del prezzo del frumento e le invasioni turche sulle coste. La costruzione di nuovi Comuni garantiva anche maggior potere ai baroni e consentiva l’acquisto di titoli nobiliari.

La famiglia Beccadelli di Bologna conquistò molto potere a Palermo: cariche amministrative e ecclesiastiche, prestigio presso la Corte, acquisto di terre, oculati matrimoni; divennero baroni di Capaci, di Cefalà e marchesi di Marineo, principi di Palagonia, marchesi di Altavilla e di Sambuca, principi di Camporeale. Le generazioni si susseguirono e le proprietà divennero immani, ma dovettero ricorrere anche a matrimoni tra consanguinei. Il peso degli oneri accumulati per anni portò alla vendita di beni (nel 1872 al barone Allegra), compreso il palazzo Sambuca di via Alloro a Palermo.
Nella seconda metà dell’800 Laura Acton, vedova di Domenico III, sposò in seconde nozze Marco Minghetti, presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia. La famiglia si estinse a fine ‘800 con Marianna II, sposa di Filiberto Sallier de La Tour; patrimonio e titoli nobiliari passarono ai loro discendenti.

Nel 1838, dopo 60 anni di esistenza, una frana travolse i 2/3 di San Giuseppe. Nei millenni abbondante acqua aveva formato enormi serbatoi sotterranei; ancora oggi sgorgano cascate dal monte. Donna Acton concesse a numerosi disastrati il terreno edificabile contiguo e gratuito. Sorse così il nuovo paese di San Cipirello che nel 1864 divenne Comune autonomo. San Giuseppe di Mortilli prese il nome di San Giuseppe Jato.



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