Alia e Marcatobianco


Incastonata su un’altura tra distese collinari coltivate prevalentemente a grano, tra cui la vista spazia fino all’Etna e alle Isole Eolie, l’ordinata cittadina vanta alcuni interessanti musei. Il Museo antropologico, all'ingresso del paese, custodisce le testimonianze delle circa 400 vittime del colera del 1837, trovate nel 1996 nel cosiddetto "camposanto vecchio" e la cui scoperta ha suscitato l’interesse di antropologi da tutto il mondo: vi sono esposti reperti ossei significativi, insieme agli strumenti, ai metodi e ad alcuni risultati fondamentali delle ricerche in corso, attraverso le quali è possibile ricostruire la storia biografica e genetica degli individui.

Palazzo Arrigo ospita il Museo Etnoantropologico, con un’interessante raccolta di testimonianze della cultura agro-pastorale di Alia, e il Museo della fotografia, con una mostra permanente che rende omaggio al monumento più famoso della zona, le Grotte della Gurfa, situate a poca distanza e le cui origini sono ancora oggi avvolte nel mistero. Si tratta di un sistema di grotte scavate su due piani e con un grande suggestivo ambiente a campana, detto tholos, illuminato dall’alto da un’apertura circolare. Di probabile origine preistorica, esse sono state trasformate, riadattate e utilizzate nel corso dei secoli, anche come abitazione, fino alla metà del secolo scorso.

Al di sopra dell’ingresso si leggono tracce di solai lignei.I vani superiori si raggiungono dall’esterno attraverso una scaletta scavata nella roccia, illuminata da grandi finestre che guardano verso la vallata. Sparsi sulla scollina sono presenti alcuni pozzetti per l’accumulo idrico.

Non sono cavità naturali, poi adattate, ma manufatti cavati nel bancone arenario di facile lavorazione. Gli ambienti sono stati ottenuti con la tecnica della scheggiatura e realizzata con gli utensili propri dei cavatori. Appaiano evidenziati i segni della premuta dello strumento con cui sono stati rifiniti i corridoi, le pareti, le pavimentazioni.

Sono svariate le interpretazioni sull’uso di questi luoghi suggestivi, dall’ipogeo funerario preistorico al castello rupestre medievale, ma nessuna ipotesi è dimostrabile. Le grotte sono state abitate fino alla metà del ‘900 e l’uso ha provocato modifiche e trasformazioni. L’origine potrebbe riguardare l’età preistorica e genericamente l’età del rame (dalla documentazione presso l’Archivio della Soprintendenza appare certa la testimonianza di frequentazioni databili a tale periodo). Sono stati suggeriti `parallelismi con i monumenti micenei, ma non dimostrabili da prove archeologiche convincenti.

Tuttavia sembra certo che l’area sia ricca di risorse minerarie come allume, zolfo, salgemma e bitume, materie prime sfruttate fin dalla più remota antichità. Inoltre il sistema di grotte è collocato in un luogo significativo, all’origine del fiume Platani (l’antico Halikos) importante via di penetrazione dalla sua foce verso l’interno dell’isola fin dalla preistoria.

Il nome Gurfa di origine araba (sala, camera, magazzino) può ricordare la probabile origine medievale. In Nord Africa il nome è usato per specie di depositi di grano. Ma potrebbe essere che una comunità islamica si sia insediata in un sistema abitativo preesistente, al centro di una zona di coltivazioni di cereali e dove sono state trovate monete arabe.

In età sveva il casale della Gurfa rientro fra i beni della Magione e dei Cavalieri teutonici che gestivano i possedimenti delle stesse chiese. I cavalieri esercitarono un forte controllo sul territorio sopratutto nelle zone d’influenza musulmana. In particolare vigilarono sulle vie di comunicazione e la Gurfa rientro in questo sistema in quanto posto sulla collina che controllava l’incrocio tra la strada E-O che da Messina costeggia prima i Nebrodi poi le Madonie. E da Nord osserva l’asse Palermo - Agrigento, fondamentale collegamento della Sicilia Occidentale.

Durante le guerre saracene del tredicesimo secolo gli insediamenti rupestri furono usati come centri di resistenza contro la crociata federiciana. La sconfitta dei Musulmani e la deportazione nelle zone interne provoco dalla metà del secolo lo spopolamento e la scomparsa di molti insediamenti. Lasciarono traccia nella toponomastica come in questo caso.