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La nostra vita

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Il mare di Ostia con il suo panorama edilizio che sembra non finire mai fa da sfondo a La nostra vita, l’ultimo film diretto da Daniele Luchetti, regista tra i più attenti alla realtà sociale e politica del nostro paese (Mio fratello è figlio unico; La scuola; Il portaborse).

È qui sul litorale laziale che vive Claudio, una via di mezzo tra un proletario e un piccolo borghese; un operaio edile trentenne di uno dei tanti cantieri abusivi della periferia romana, sposato con Elena, due figli e un terzo in arrivo. Un’esistenza semplice ma felice quella dei due giovani coniugi tra week end passati nei centri commerciali e i pranzi domenicali trascorsi con la famiglia d’origine nella villetta al mare del solitario fratello Piero in compagnia dell’altra sorella Loredana con marito e figli.

Purtroppo durante un parto sfortunato Elena muore improvvisamente lasciando nello sconforto Claudio totalmente impreparato a vivere da solo. Un po’ per rabbia e un po’ per sfida contro un destino crudele, egli si butta sciaguratamente in un’avventura lavorativa più grande di lui, alla ricerca di quel benessere che sognava per la sua dolce sposa e per i loro bambini. Grazie alla complicità di Ari, un pusher capellone vicino di casa che vive sulla sedia a rotelle assistito da Gabriela, la sua tenera donna di colore, Claudio decide di portare a termine con la mediazione di Porcari, un cinico imprenditore suo conoscente, la costruzione di una palazzina ingaggiando una decina di lavoratori clandestini in nero, usando materiale scadente ed evadendo naturalmente le tasse.

Travolto da mille difficoltà economiche ed organizzative, l’uomo privo di qualsiasi senso civico e morale sta quasi per affondare, ma l’aiuto provvidenziale dei suoi fratelli lo salva da una brutta situazione. Ritratto amaro di un ambiente spietato (l’edilizia degli sfruttati e degli sfruttatori senza speranze, senza norme e senza garanzie sindacali, già in parte rappresentato dal recente Sul mare di Alessandro Alatri), il nono lungometraggio di Luchetti sceneggiato con Sandro Petraglia e Stefano Rulli ci costringe a riflettere sulla “nostra vita” d’oggi nella quale i valori di una comunità civile di un tempo vanno sempre più scomparendo e nella quale solo la famiglia, intesa però come clan chiuso, sostituisce la mancanza di qualsiasi sostegno sociale.

Ottimi gli interpreti, da Elio Germano nel ruolo di Claudio a Isabella Ragonese, sua moglie Elena; da Raoul Bova, il mite fratello Piero a un insolito Luca Zingaretti nei panni del pusher paralitico Ari, non dimenticando Giorgio Colangeli, l’imprenditore Porcari.

2010. Italia. Regia di Daniele Luchetti.
Con Elio Germani, Raoul Bova, Isabella Ragonese, Luca Zingaretti, Giorgio Colangeli.




Pierfranco Bianchetti
 
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