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L’uomo di vetro

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In un’assolata Palermo dell’estate del 1972, Leonardo Vitale, un tranquillo giovane adorato dalla mamma Rosalia , dalla sorella Maria e dalla dolce fidanzata Anna, è coinvolto suo malgrado in un sequestro di persona.

La sua auto, data in prestito ad un amico malavitoso, è utilizzata dai sequestratori e in breve tempo diventa un’evidente traccia per polizia e carabinieri che il 17 agosto lo arrestano con l’accusa di complicità.
Leonardo, rinchiuso in carcere per quarantatré giorni, cade in uno stato di depressione, ma fortunatamente è ritenuto innocente e rilasciato. La sua esistenza è però compromessa, così come il suo precario equilibrio psichico, nonostante l’affetto dei suoi familiari e in particolare dello zio Titta, fratello di suo padre.

Il giovane sprofonda sempre più in un delirio paranoico. Impaurito e ammutolito, egli sussulta ad ogni rumore ed infine, anche contro il volere della madre, è internato in una clinica psichiatrica.

Un anno dopo, il 30 marzo 1973, si reca dal commissario che lo ha arrestato la prima volta e confessa in una specie di turbamento mistico (lo fa in una chiesa davanti agli inquirenti sbalorditi) due delitti compiuti all’età di diciassette anni, spinto dallo zio Titta che lo aveva sottoposto ad una classica prova per dimostrare di essere un vero uomo d’onore.

Il giovane racconta in un fiume di parole che riempiono ben cinquanta cartelle giudiziarie, i misfatti più truci degli ultimi anni commessi dalla mafia, svelando i nomi dei responsabili di centinaia di omicidi, nonché gli organigrammi di tutte le cosce mafiose di Palermo e dei costruttori edili legati a Cosa Nostra. Le sue scottanti dichiarazioni producono molti arresti e fermi. Un vero e proprio terremoto giudiziario.

La sua mente continua però a vacillare. Brucia i suoi vestiti immaginandoli intrisi di sangue e s’incide una croce sul petto con un pezzo di vetro. La situazione si fa sempre più confusa: da una parte lo zio che tenta di convincere i padrini mafiosi della sua follia per renderlo immune da prevedibili vendette ( un suo cugino fioraio colpevole di non avergli impedito di parlare è già stato ammazzato e la sua fidanzata costretta a lasciare la Sicilia) e dall’altra i magistrati spaventati dal suo stato psichico reso ancora più problematico da diversi elettrochoc, che cominciano invece a dubitare delle sue parole.

Tratto dal romanzo omonimo di Salvatore Parlagreco, il bel film di Stefano Incerti ( Il verificatore, La vita come viene), è ispirato ad una storia vera, quella del primo pentito di mafia ucciso nel 1984, due mesi dopo il suo rilascio, perchè ritenuto molto pericoloso, a differenza dei giudici, come ricorderà con amarezza Giovanni Falcone in un suo scritto, che non hanno creduto sufficientemente alle sue confessioni.

David Coco nel ruolo di Leonardo Vitale ( sarà presto sul set nel ruolo di Provenzano), Anna Bonaiuto in quella della mamma Rosalia e il solito Tony Sperandeo che è il perverso zio Titta, rendono ancora più credibile e drammatica quest’ordinaria storia di mafia.

2007. Italia. Regia di Stefano Incerti.
Con David Coco, Anna Bonaiuto, Tony Sperandeo


Pierfranco Bianchetti
 
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