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Lettere dalla Grecia - Agosto 1990

Sono Elena, giornalista milanese, racconto un viaggio in Grecia di 30 anni fa.

L’isola di Corfù (KEPKYPA)

Era la fertile terra dei Feaci la più settentrionale delle isole Ionie (Kérkira; ab. 107 592). O almeno questo racconta la tradizione, che vi ha riconosciuto quel regno del benevolo Alcinoo dove approdò il naufrago Ulisse. All’imbocco dell’Adriatico, di fronte alle coste dell’Epiro e a poca distanza dalla costa albanese – solo km 2 nella parte settentrionale – Corfù ha sempre costituito una sorta di naturale ‘ponte’ tra Italia e Grecia, divenendo il principale scalo per le galee in rotta verso l’Oriente. Per questo e per la lunga dominazione della Serenissima conserva soprattutto nel capoluogo sapori e atmosfere veneziane.

Costa nord-occidentale di Corfù

Ma queste si stemperano in un carattere cosmopolita, dovuto alle presenze straniere che hanno lasciato tracce evidenti nelle architetture come nelle tradizioni. Dolci rilievi ammantati di verde disegnano il paesaggio dell’isola a forma di falce (km² 2593), amata dai turisti per il clima mite, la rigogliosa vegetazione (favorita dalle precipitazioni, le più abbondanti di tutta la Grecia) e le spiagge sabbiose. La parte settentrionale, con coste alte e frastagliate, è occupata da un acrocoro montuoso, la cui massima vetta è il monte Pandokrátor (m 914); la parte meridionale, con spiagge più ampie e sabbiose, termina in una stretta e piatta penisola. Al centro, brevi pianure alluvionali si aprono tra colline coperte di ulivi centenari, cipressi e agrumeti.

Storia di Corfù

Fu la posizione, straordinariamente favorevole al commercio marittimo, a garantire il rapido sviluppo dell’isola, colonizzata da Corinto dal 734 a.C. e già indipendente già nel 665 a. Cristo. Alleata di Atene, partecipò alle guerre persiane per contrastare la potenza navale della madrepatria, ma, indebolita da continue guerre e da lotte interne, con il dominio macedone perse definitivamente il ruolo di ricca potenza navale. Sotto Roma, che la prese nel 229 a.C., visse tranquillamente sino al 31 a.C. quando fu rasa al suolo dalle truppe di Agrippa per essersi schierata in favore di Antonio. Nel medioevo venne a lungo contesa tra Normanni, Svevi, Angioini, fino al 1386 quando fu occupata dai Veneziani, che la tennero fino alla caduta della Serenissima (1797).

Fortezza veneziana di Corfù

Seguì un periodo particolarmente travagliato che la vide prima in mano ai francesi (1797-99) e poi retta da una coalizione russo-turca, sotto la cui protezione fu costituita la Repubblica delle Sette Isole (Eptánisos Politeía; 1799-1807), primo stato neogreco con un’amministrazione autonoma. Col trattato di Tilsit tornò ai Francesi, che la tennero fino alla caduta di Napoleone quando, con le altre isole dell’arcipelago ionico, passò sotto il protettorato britannico (1816-63). Gli Inglesi concessero la Costituzione, dotarono l’isola di moderne infrastrutture, favorirono lo sviluppo culturale e artistico, ma concentrarono nelle loro mani tutti i poteri e vietarono la partecipazione degli abitanti alla guerra per l’indipendenza greca. Nonostante ciò, grazie anche alla presenza di Ioánis Kapodistrías, Corfù divenne uno dei centri motori della rivolta ellenica, alla cui causa fornì aiuti e volontari. L’isola fu riunita definitivamente alla Grecia con la salita al trono di Giorgio I (1864).

Manifestazioni più importanti a Corfù

Quattro volte all’anno – la Domenica delle Palme, il Sabato santo, l’11 agosto, in ricordo della liberazione dell’isola dai Turchi, e la prima domenica di novembre, per commemorare la fine dell’epidemia di peste del 1629 – una solenne processione religiosa accompagna per le vie del capoluogo le reliquie di S. Spiridone, patrono dell’isola. Danze folcloristiche per l’anniversario dell’annessione delle isole Ionie alla Grecia (21 maggio).

Accessi. Per mare: traghetti da Ancona, Bari, Brindisi; traghetti locali da Igoumenítsa (diverse corse giornaliere) in circa 2 ore. Collegamenti anche con Patrasso (10 ore di navigazione), Itaca, Cefalonia e Paxí. In aereo: voli giornalieri da Atene (in meno di un’ora), plurisettimanali da Salonicco; in alta stagione, voli diretti da Milano e Roma.

Il sapore parigino sul lato ovest della Spianáda

Come al tempo degli Inglesi, si gioca ancora a cricket nel grande prato ai margini dell’ampia piazza a giardino, che si allunga al margine orientale del centro storico. Già piazza d’armi in epoca veneziana, fu alberata in età napoleonica e sistemata ai tempi del protettorato britannico, con la creazione di aiuole e viali alberati, ornati di statue e busti di personaggi illustri. Tra questi si noti, all’ingresso della Fortezza Vecchia, il monumento di Johann Matthias von der Schulenburg – difensore della cittadella durante l’assedio turco del 1716 – opera in marmo dell’italiano Antonio Corradini (1717). Sapore parigino sul lato ovest della Spianáda dove si allunga il cosiddetto Liston, cortina continua di edifici porticati, realizzati dal francese Mathieu de Lesseps nel 1807. Di fronte ai portici si allineano i tavolini dei più noti caffè della città.

Liston, Spianada

Paléó Froúrio

Visita ore 8.30-18; sabato e domenica fino alle 15; lunedì chiuso. Furono i Veneziani, nel sec. XVI, a trasformare il nucleo originario dell’abitato in una cittadella militare, costruita per difendere la città e il porticciolo (Mandráki) in cui riparavano le galee. Così il lungo sperone roccioso proteso nel mare fu separato dalla terraferma da un canale artificiale detto Controfossa e difeso da due possenti bastioni – il bastione Martinengo e a sud il bastione Savorgnan, entrambi del 1587 – che sorvegliano il ponte di accesso alla Fortezza vecchia. All’interno, coi resti delle costruzioni veneziane, i diversi edifici costruiti dagli Inglesi nell’800 ospitano l’accademia militare; sul lato sud è Ágios Geórgios, chiesa della guarnigione eretta nel 1830 da George Whitmore in forma di tempio dorico.

Paléa Anáktora

Un lungo portico dorico, due arcate ai lati e un fregio con rilievi allegorici delle sette isole ioniche: sono evidenti i richiami classici nel grande e sontuoso palazzo che chiude come quinta scenografica la Spianáda a nord. Innalzato nel 1816 da George Whitmore come residenza per l’alto commissario inglese, divenne Palazzo Reale dopo il 1864 e fu utilizzato come residenza estiva del re fino al 1913. In fastose sale dai soffitti decorati, ornate di colonne e statue, ospita oggi il Museo d’Arte asiatica (visita ore 8-14.30; chiuso lunedì), unico del suo genere in Grecia, nato da collezioni private donate alla città. Tra i pezzi più antichi, urne e statuette funerarie risalenti all’VIII-VII sec. a.C., vasi in terracotta del III-II sec. a.C., statuette in arenaria e bronzi cinesi della dinastia Ming. Dalla Cina provengono anche antichi avori, lacche, ceramiche, porcellane, mobili e stoffe, mentre dell’arte giapponese si ammirano preziose giade e avori, armi e armature di Samurai (sec. XVI-XVIII), ventagli, maschere del teatro Nô e del teatro popolare Kabuki. Si segnalano inoltre paravento giapponesi, con figure dipinte e impreziosite da madreperla, lacca e pietre, oggetti indiani in legno scolpito, sculture del Siam e della Cambogia.

Museo d’Arte asiatica

Paléa Póli

Alle spalle della Spianáda si stende l’intricato dedalo di strette vie che caratterizza il nucleo d’impronta veneziana. Arteria principale della città vecchia è la porticata odós Nikifórou Theotóki, lungo la quale s’incontrano tre chiese: in una piccola piazza all’inizio della via prospetta la Panagía ton Xenón (B2; Nostra Signora degli Stranieri), del sec. XVII; di fronte è la chiesa di Ágios Ioánis Pródomos, originaria del sec. XVI; più avanti è la chiesa di Agíi Vassílios e Stéfanos, risalente al sec. XVIII. A sud di odós Nikifórou Theotóki, nella bella platía Dimarhíou (B2), prospetta la Loggia veneziana*, eretta come luogo d’incontro per i nobili nel 1663-90. Sul fianco destro dell’edificio, trasformato in teatro nel 1720 e divenuto dal 1903 sede del Municipio, poggia il monumento a Francesco Morosini, del 1691. Accanto alla Loggia è la sobria facciata classicheggiante della Katholikí Mitrópoli (Cattedrale cattolica di S. Giacomo), innalzata nel 1658 e restaurata dopo la seconda guerra mondiale. Dall’alto, domina la piazza l’ex Palazzo arcivescovile, edificio del 1630 che oggi è sede della Banca di Grecia. Lungo la suggestiva odós Spiridónas un alto campanile segnala la chiesa di Ágios Spiridónas (A2), dedicata al vescovo cipriota Spiridione (sec. IV), patrono della città e protettore dell’isola, il cui corpo venne traslato da Costantinopoli a Corfù nel 1456. Eretto nel 1589, il tempio ha un semplice esterno con finestre decorate da inferriate ad arabeschi; nell’interno, una cappella dietro l’iconostasi marmorea custodisce la cassa d’argento con le reliquie del santo, portate in solenne processione per le vie del centro quattro volte l’anno.

Campiello

Anche il nome conferma il sapore e le atmosfere veneziane di questo suggestivo quartiere, nel settore nord della città vecchia, con stretti vicoli e piazze improvvise. Sulla via che sale alla raccolta platía Eléni sorge la chiesa di Ágios Nikólaos Jeróndon, di origine cinquecentesca ma più volte trasformata; in platía Taxiarkon è la chiesa di Ágios Pandokrátor, del sec. XVI e con iconostasi settecentesca. Poco più a ovest si apre la piccola e armoniosa platía Kremastí*, ornata al centro da una marmorea vera da pozzo veneziana (1699); vi si allunga il fianco sinistro della seicentesca chiesa di Panagía Kremastí, con bei portali e tracce di una Crocifissione a fresco. In odós Kiriakí, preceduta da scalinata, sorge infine la Mitrópolis, la Cattedrale ortodossa originaria del sec. XVI, ricca di icone sei-settecentesche; qui, in una cassa d’argento, sono conservate le reliquie di S. Teodora Augusta, portate da Costantinopoli nel 1456 insieme a quelle di S. Spiridione.

Néo Froúrio

Il leone alato che spicca sulla porta di S. Nicola, principale ingresso alla fortezza, conferma che l’imponente struttura difensiva venne eretta dai Veneziani (1576-89). Ma le aggiunte e le trasformazioni volute dagli Inglesi nel sec. XIX hanno modificato molto l’aspetto originario della Fortezza nuova (non si visita), che si erge su un rilievo a ovest della città. I suoi poderosi bastioni e le alte mura di pietra dominano la vasta e alberata platía Spiliá (A1) che, cinta da alti palazzi, si apre nei pressi del porto dei traghetti. Da questa piazza, seguendo a sinistra odós Solomou, si ritorna nella centrale e animata odós Nikifórou Theotóki, nei pressi dell’antica chiesa di Ágios Antónios, fondata nel sec. XIV; nell’interno, iconostasi marmorea barocca (sec. XVIII).

Chiesa di Ágios Antónios

Vizandino Mousió

Visita: estate ore 8-14.30, inverno 8.30-15; lunedì chiuso. Con la sua ricca collezione di icone dei sec. XVI-XIX, il Museo bizantino è una tappa d’obbligo per gli appassionati d’arte, ai quali non sfuggirà l’influenza italiana in molte delle opere esposte (Michaíl Damaskinós, Stefan Tzangarólas, Emanuele Lambárdos). Tra queste si segnalano 13 icone dipinte da Emanuele Tzánes durante il suo soggiorno a Corfù (1646-55) e rinvenute nel 1979 nella chiesa di Ágios Geórgios. Sede del museo è l’ex chiesa cinquecentesca della Panagía Andivouniótissa, che conserva una bella iconostasi marmorea e, nell’esonar­tece, lastre tombali delle nobili famiglie di Corfù.

Arheologikó Mousío

Visita: estate ore 8-14.30, inverno 8.30-15; lunedì chiuso. Alta quasi 3 m, la mostruosa figura della Gorgone spicca tra i figli Crisaore (a destra) e Pegaso (a sinistra), con due pantere ai lati e scene dalla Titanomachia. È il celebre frontone della Gorgone* il fiore all’occhiello della collezione archeologica di Corfù. La grandiosa composizione, che risale alla prima metà del VI sec. a.C. e proviene dal tempio di Artemide dell’antica Paleopólis, a sud della città, cattura certo l’attenzione dei visitatori, perché divenuta quasi un simbolo della città e dell’isola stessa. Considerata un capolavoro dell’arcaismo greco per vastità di concezione e novità di accenti, non è però l’unico pezzo importante del Museo archeologico che, allestito in un moderno edificio (1962-65) al N. 1 di odós Vraïla, accoglie frammenti architettonici, sculture, stele funerarie, ceramiche, statuette votive e altri reperti archeologici rinvenuti sull’isola, databili dall’età neolitica alle epoche classica e romana. In particolare si segnalano il cosiddetto leone di Menécrate, monumentale statua corinzia in pietra locale risalente alla fine del VII sec. a.C., e il frammento di un frontone* da Figareto (500 a.C.), con la rappresentazione di un banchetto dionisiaco. Importanti anche le antefisse arcaiche, di cui una raffigura la testa della Gorgone, gli impressionanti acroteri a forma di leone da templi dell’isola (VIII sec. a.C.), le 13 statuette* votive di Artemide in terracotta (480 a.C.), i piccoli bronzi e le armature di guerrieri (IV-III sec. a.C.) rinvenuti in un santuario di Apollo.

I dintorni di Corfù

La penisola di Análipsis
Km 4.5 a sud, verde promontorio nella baia di Garítsa, un tempo luogo di tranquille passeggiate tra giardini e uliveti, e oggi trasformato da numerose costruzioni. Si lascia la città a sud, per odós Vassileos Konstandinou. Nel quartiere Anemómilos sorge la chiesa bizantina di Agíi Iásona-Sossípatros, eretta nel sec. XII con materiale di recupero. Attorno alle rovine della basilica paleocristiana di Agía Kerkyra, originaria del sec. V, sono gli scavi dell’antica Paleópolis; risalgono invece al sec. I d.C. i resti delle terme romane riconoscibili sul lato opposto della strada. All’estremità della penisola, km 4.5, è Kanóni*, panoramica piattaforma il cui nome deriva dal fatto che in epoca napoleonica fu postazione di una batteria di cannoni. Di fronte, unito alla terraferma da un pontile, è un isolotto occupato dal monastero di Panagía Vlahérna, chiesa bizantina del 1685, con pareti imbiancate e campaniletto a vela. In barca si può raggiungere il vicino isolotto Pondikoníssi, l’“isola dei topi”: secondo la tradizione sarebbe la nave dei Feaci che, riportato in patria Ulisse, fu pietrificata da Poseidone. Al centro dell’isola, nascosto tra i cipressi, è il piccolo monastero del Pantokrátor, risalente al sec. XIII.

Análipsis

L’Achillèion
Km 6 a sud, seguendo la strada per l’aeroporto. L’intramontabile mito di Sissi ha lasciato un segno tangibile anche a Corfù, in questa grande villa immersa nel verde di una collina. Costruita nel 1890 dall’italiano Raffaele Carito per Elisabetta d’Austria, dopo l’uccisione dell’imperatrice – colpita a Ginevra per mano di un rivoluzionario nel 1898 – divenne proprietà di Guglielmo II di Germania, che dal 1908 vi soggiornò ogni primavera. In alcune sale decorate di affreschi classicheggianti la fastosa dimora (visita: estate 7.30-19, inverno 9-16) ospita ricordi dei due illustri proprietari, ma celebri sono soprattutto i giardini* a terrazze, con palme, essenze mediterranee, aiuole fiorite. La stessa Sissi, che qui si ritirò alla morte del figlio, volle intitolare all’eroe greco il suo rifugio e collocare nel giardino un Achille ferito, marmo del berlinese Ernst Herter (1884). A quest’opera si accompagna una grande statua bronzea con Achille vittorioso, opera di Johannes Götz (1909), voluta da Guglielmo II.

Alle spiagge di Kávos
Km 49 a sud fino alla punta meridionale dell’isola, in un continuo susseguirsi di spiagge e complessi turistici sino a km 22, Messongí (ΜΕΣΟΓΓΗ): da qui la strada procede, sulla piatta punta meridionale dell’isola, fino a, km 49, Kávos (ΚΑΒΟΣ), frequentato per la spiaggia sabbiosa.

Il Trono del Kaiser e la spiaggia di Glifáda
Km 15 a ovest. Una strada che taglia il centro dell’isola conduce in km 13, a Pélekas (ΠΕΛΕΚΑΣ), piccolo centro di montagna con un celebre punto panoramico, amato dall’imperatore Guglielmo II e per questo detto Trono del Kaiser. Sulla costa occidentale è Glifáda (ΓΛΙΦΑΔΑ), con una frequentatissima spiaggia sabbiosa. Più a sud è Ágios Górdis (ΑΓΙΟΣ ΓΟΡΔΗΣ), con piccole cale tra rocce.

Paleokastrítsa
Km 27 a nord-ovest, per la strada che tra uliveti attraversa la parte centrale dell’isola. Paleokastrítsa (ΠΑΛΑΙΟΚΑΣΤΡΙΤΣΑ) è un frequentato centro turistico su un promontorio della costa occidentale, ai piedi del quale si aprono piccole baie sabbiose tra rocce rossastre. Sul capo di Paleokastrítsa sorge il monastero di Panagía Theotókos, originario del sec. XIII ma rifatto nel ’700 (all’interno, icone settecentesche); più a nord, alla sommità di uno sperone roccioso a picco sul mare, si ergono le rovine del castello di Angelókastro, riferibili al sec. XIII (splendido il panorama sulla costa).

Lungo le coste nord-occidentali dell’isola.
Km 35 a nord-ovest. Km 9, a nord, Gouvia (ΓΟΥΒΙΑ), frequentato centro turistico nell’omonima baia; base navale in epoca veneziana, conserva le rovine ad arcate dell’arsenale, costruito nel 1716. Lungo questo tratto di costa si susseguono insenature e spiagge: km 15 Ípsos (ΥΨΟΣ), stazione balneare in un’ampia baia sabbiosa, con un porticciolo turistico; km 19 Barbati, con lunga spiaggia; km 22 Nisáki (ΝΗΣΑΚΙ). Da Koulóura una strada panoramica* prosegue lungo l’alta e frastagliata costa settentrionale, giungendo, km 36, a Kassiópi (ΚΑΣΣΙΟΠΗ), piccolo porto di pescatori coi resti di una fortezza angioina (sec. XIII). Oltre l’abitato (km 6.5), una deviazione di km 8 raggiunge Períthia, punto di partenza per escursioni sul monte Pandokrátor m 914. Nella parte nord dell’isola, km 32 Róda (ΡΟΔΑ), con i resti di un tempio dorico e una bella spiaggia sabbiosa. Km 35 Sidári (ΣΙΔΑΡΙ), con piccole spiagge e scogli di arenaria.

L’isola di Paxí
Presso la punta meridionale di Corfù. In alta stagione, traghetti e battelli giornalieri; negli altri periodi, tre corse alla settimana. Lunga solamente km 10, con una superficie di km² 25, l’isola presenta coste frastagliate con belle insenature, grotte marine e piccole spiagge raggiungibili dal mare. Rivestita di vigneti e uliveti, ha piccoli centri abitati, caratteristici per i tortuosi vicoli e le alte case di pietra; i principali sono Láka (ΛΑΚΚΑ a nord), e Gáios o Paxí (ΠΑΞΟΙ), sulla costa orientale. Poche miglia più a sud, raggiungibile in barca dal porto di Gáios, è l’isolotto di Andipaxi (km² 6); coltivato a vigneti, ha coste frastagliate e un solo piccolo villaggio in un’insenatura della costa orientale.


Le Cicladi, un microcosmo sospeso nel mare

Di roccia e mare. Sembra davvero che il mondo qui sia fatto di poche cose. Roccia, che disegna alti profili e si spacca in piccole valli improvvise. E mare, che si insinua, verde assoluto, in anfratti e rade. Attorno, solo bassi cespugli spinosi, e cardi. Mentre muretti di pietre a secco – chiamati in greco «xerolithies» – si rincorrono su pendii assolati e spogli. Poi, d’improvviso, una manciata di bianche case nella distesa di pietre, una solitaria chiesina che guarda il mare, una strada che a rapide svolte scende fino a una piccola spiaggia. È il paesaggio aspro delle Cicladi, una delle immagini più conosciute di una Grecia solare e luminosa.

Isole Cicladi

L’arida bellezza dell’arcipelago

Dal greco «kiklos» – cerchio – deriva il loro nome, che sottolinea il naturale disporsi a circolo intorno a Delo, isola sacra ad Apollo. Nel cuore dell’Egeo, costituiscono il più esteso arcipelago greco, con una miriade di isole e isolotti amministrativamente riuniti in un’unica provincia che ha come capoluogo Ermúpoli, nell’isola di Síros. Chiese aggrappate alla roccia, monasteri simili a fortezze, case lontane dal mare per difendersi dagli attacchi di pirati e fortezze che ricordano la dominazione veneziana sono elementi ricorrenti in un paesaggio roccioso e aspro, di arida bellezza. Battute nei mesi estivi dal meltemi, forte vento del nord, arcipelago di turismo internazionale, che hanno però saputo conservare un mare straordinariamente limpido, angoli ancora intatti, un’atmosfera autentica e carica di suggestioni. Con una superficie di km² 2649, le Cicladi sono le cime di un altopiano sottomarino che ha una profondità media di m 100-200. Con coste spesso alte e frastagliate, sono pertanto isole montuose, che raggiungono con il monte Dias, a Náxos, l’altitudine di 1004 metri sul livello del mare.

Le tappe di un’antichissima civiltà

Favorita dalla presenza di materie prime come marmo, ossidiana e piombo argentifero, oltreché dal ruolo svolto da marinai che mantenevano vivi gli scambi di prodotti tra la penisola balcanica e l’Asia Minore, a partire dal III millennio a.C. si sviluppò in queste isole una civiltà originale, che ebbe il periodo di massima fioritura tra il 2700 e il 2300 a. Cristo. L’espressione più tipica di questa antichissima civiltà sono gli enigmatici idoli di marmo bianco e levigato, trovati in molte tombe accanto a vasellame in pietra e a ceramiche nere con decorazioni a spirali. Colpisce la bellezza straordinariamente ‘moderna’ di questi idoli dalle forme stilizzate e purissime, la cui astrazione della figura umana e l’alto valore simbolico – gli idoli rappresentano il più delle volte figure femminili, probabilmente legate al culto della dea madre – affascinarono agli inizi del ‘900 artisti come Picasso, alla ricerca di un nuovo linguaggio nell’arte. A segnare la decadenza dell’arcipelago, dal 2300 a.C., fu in primo luogo lo sviluppo della civiltà minoica, che da Creta s’irradiò anche a Mílos e Santorini (quest’ultima distrutta da un cataclisma intorno al 1500 a.C.). A partire dal sec. XIII le Cicladi tornarono importanti dal punto di vista marittimo e commerciale: scali veneziani sulla rotta per Costantinopoli, furono date in feudo alle più potenti famiglie della Serenissima, che riconoscevano la sovranità dei duchi di Náxos e dei principi di Morea. Con il 1537 arrivarono i Turchi, ma il loro dominio in queste isole fu per la verità meno pesante che altrove.

Un arcipelago dai mille volti

«Le Cicladi? Vista una le hai viste tutte!» Solo un turista frettoloso e distratto può credere a quest’idea sbagliata dell’arcipelago, che come una luminosa collana si allunga nel blu intenso dell’Egeo. In realtà, anche se la natura presenta tratti comuni, le architetture si riconoscono in un unico ‘stile cicladico’ e Hóra viene genericamente chiamato il capoluogo, ogni isola ha caratteri propri e specifici. Caratteri dovuti alla posizione rispetto al continente, alla storia particolare, al flusso di uomini e merci che hanno creato un’identità specifica per ogni realtà. Ma anche al turismo, ultimo solo in ordine di tempo, tra i fattori di differenziazione tra un’isola e l’altra. Così ci sono quelle affollate e festose, ma anche alcuni veri e propri paradisi di solitudine. Eleganti centri turistici e piccoli paesi la cui vita gravita all’ombra di un platano secolare. Affollatissime spiagge alla moda e calette nascoste tra anfratti di roccia. Forse più che altrove, qui la conoscenza richiede tempo e passione. Per scoprire i mille volti di un microcosmo sospeso nel mare. Per trovare, tra realtà solo apparentemente simili, la propria ‘isola del cuore’.

L’itinerario

Dimenticate l’auto. Potrebbe essere questo l’imperativo per visitare le Cicladi e cogliere al meglio i loro particolarissimi caratteri, evitando di intasare strade strette e piccoli paesi. Anche nelle isole più grandi, come Náxos e Páros, è meglio dunque affidarsi agli autobus che comodamente collegano ogni centro e conducono alle più famose spiagge. Senza dimenticare che motobarche in legno – i caicchi – costituiscono un ottimo mezzo per completare il giro turistico delle coste e raggiungere anche le calette più discoste e solitarie. Se la bicicletta può risultare faticosa a causa della morfologia montuosa dell’arcipelago, motorini e ciclomotori soprattutto nelle isole minori si riveleranno i mezzi ideali per scoprire in assoluta autonomia anche gli angoli più nascosti. Attenzione però: le strade sono ripide, tortuose, con un fondo spesso insidioso per la presenza di sassi e ghiaia. Il percorso descritto in questo capitolo propone una sorta di itinerario virtuale (carta a pag. 218), che tocca tutte le isole dell’arcipelago suddivise in tre gruppi a seconda della loro posizione dell’Egeo. Il giro prende avvio dalle Cicladi occidentali, le più vicine alla costa, dove si descrivono in successione Kéa (→), Kíthnos (→), Sérios (→), Sífnos (→) e Mílos (→), da cui si raggiunge la piccola Kímolos (→). Nelle Cicladi meridionali si visitano Folégandros (→) e la vicina Síkinos (→), Santoríni con Thirassiá (→) e il roccioso isolotto di Anáfi (→), Ios (→), Páros (→) e la solitaria Andíparos (→), Náxos (→) e le Piccole Cicladi (→), solitarie e selvagge, e infine l’isola di Amorgós (→), quasi un ‘ponte’ verso il Dodecaneso. Si continua poi nelle Cicladi settentrionali, toccando Míkonos (→), vera primadonna del turismo internazionale, Delo (→), isola sacra ad Apollo, la ‘religiosa’ Tínos (→), Síros (→) e Andros (→), ormai prossime alle coste dell’Eubea.

Accessi

Per mare: l’arcipelago è collegato con Il Pireo da aliscafi, navi e traghetti, con servizi che toccano tutte le isole oppure si fermano solo nelle principali; le Cicladi settentrionali hanno partenze di norma dal porto di Rafina. Frequenti i collegamenti con Creta e con le altre isole dell’Egeo; in estate possibilità di collegamento tra le isole anche con motobarche e caicchi. In aereo: da Atene voli giornalieri per Santoríni, Míkonos, Mílos, Síros e Páros; in estate, per Míkonos, Páros e Santoríni voli diretti anche dall’Italia.

I riti del divertimento nelle Cicladi

Ci si alza tardi, solo nel pomeriggio si raggiungono le spiagge, non si cena prima delle undici e, naturalmente, ci si corica quando il cielo comincia dolcemente a schiarirsi. Neppure nelle isole più famose si trovano megadiscoteche dalla musica assordante, mentre il tempo è scandito da momenti ai quali nessuno sembra voler rinunciare. Come quello della colazione, sempre intorno a mezzogiorno, quando il ‘vero espresso italiano’ o l’intramontabile cappuccino si accompagnano alla macedonia di frutta guarnita di yoghurt cremoso e profumatissimo miele. O quello dell’aperitivo, quando si sceglie il locale più adatto per ammirare, sorseggiando un óuzo dal forte sapore di anice, romanticissimi tramonti. Anche la cena si trasforma in un rito: la scelta di un tavolo non è legata tanto alle proposte gastronomiche quanto all’atmosfera ‘tipicamente greca’ del locale, al panorama sul lungomare, alla collocazione strategica in uno stretto passaggio di pietra, che difende dal fastidioso meltémi e assicura l’impareggiabile spettacolo del passeggio serale. La notte continua secondo regole non scritte e percorsi che tutti sembrano tacitamente seguire. E tra i piccoli locali raggruppati sull’arco del porto o nascosti in qualche via bianca di calce certamente si troverà quello giusto per bere una birra, svelando il ‘segreto’ dell’ultima spiaggia scoperta per caso.


Mílos (ΜΗΛΟΣ)

Si ammira al Louvre la Venere di Milo, uno dei più celebri capolavori della scultura ellenistica, realizzata nel I sec. a.C. e casualmente rinvenuta da un contadino nel 1820 in un campo ai piedi dell’acropoli. Come altre straordinarie opere custodite al Museo archeologico di Atene e al British Museum di Londra, testimonia che Mílos (km² 154, ab. 3222) – disposta a ferro di cavallo intorno alla baia formata dal cratere di un vulcano sommerso – ebbe un periodo di grande sviluppo, favorito soprattutto dalle ricche risorse minerarie. Le rovine di una fortezza medievale dominano dall’alto il capoluogo – Mílos o Pláka (ΜΗΛΟΣ; ab. 660) – sorto sul sito dell’antica Mélos, di cui restano tracce delle mura dell’acropoli, del teatro romano e di catacombe paleocristiane (visita: estate ore 8-20, inverno 8.30-13; chiuse lunedì); un Arheologikó Moussío (visita: estate ore 8-14.30, inverno 8.30-15; chiuso lunedì) raccoglie iscrizioni, statuaria, ceramica dei periodi arcaico, classico e romano. Principale centro turistico è Adamandás (ΑΔΑΜΑΝΤΑΣ), km 4 a sud-est del capoluogo, la cui ampia insenatura naturale, uno dei più sicuri porti dell’Egeo, venne utilizzata durante la guerra di Crimea e la prima guerra mondiale come base militare. Tracce dei più antichi insediamenti sono venute alla luce a Filakopí, km 8 a nord-est: si tratta dei resti di tre abitati sovrapposti del III millennio a.C. con possenti fortificazioni, strade dal tracciato regolare, case in pietra e un palazzo di tipo miceneo.

Mílos

Kímolos

Per il colore del suo calcare cretaceo, utilizzato fin dall’antichità per bagni termali curativi, questa piccola isola (ΚΙΜΩΛΟΣ, km² 36), arida e montuosa, era dai Veneziani chiamata Argentiera. Ha spiagge di sabbia bianchissima, ma scarse strutture turistiche. Su una collina poco a nord di Psáthi (ΨΑΘΙ), approdo dei battelli, è Kímolos (ΚΙΜΩΛΟΣ; ab. 687), il capoluogo, sorto nel sec. XIV come insediamento fortificato, con case disposte a schiera a formare le mura difensive.


Páros (ΠΑΡΟΣ)

In virtù delle tipiche abitazioni coperte di calce, dei mulini a vento, del mare, che s’insinua in bei golfi o lambisce spiagge anche sabbiose, i depliant delle compagnie di viaggio presentano l’isola (km² 186, ab. 10 410) come la chiave d’accesso più comoda e utile alle Cicladi. Un’impresa coronata da successo quella dei tour operator: le folle di turisti sono convinte che l’isola del marmo più apprezzato nell’antichità e di uno degli scultori più celebri della Grecia (Scopa) sia la più tipica dell’arcipelago. Ma così non è soprattutto in alta stagione, quando diventa quasi impossibile trovare una sistemazione e i pur interessanti ricordi del passato – l’uomo fece qui la sua comparsa a fine V millennio a.C., qui fu uno dei centri propulsori della civiltà cicladica, e di qui passarono anche i Veneziani – appaiono più una rivisitazione in chiave pittoresca che autenticamente genuini.

Comunque, si presenta con un colpo d’occhio che conquista il capoluogo dell’isola, detto anche Parikiá (ab. 2932). Non lascia infatti indifferenti il contrasto tra il bianco delle tipiche case e i colori degli oleandri, delle bouganvillee e degli ibischi che spuntano qua e là, fianco a fianco dell’azzurro forte, con il quale vengono dipinte le cupole delle chiese. La prima tappa nella visita del borgo, percorso da strette vie lastricate, è la chiesa di Panagía Ekatondapiliáni (visita: estate ore 7-13 e 17-22; inverno ore 7-13 e 17-20), in fondo alla piazza che apre sul porto. La leggenda attribuisce la fondazione del luogo di culto – detto «delle cento porte» per le ampie proporzioni – alla forte fede cristiana di S. Elena, che lo volle sul sito di un edificio pubblico del sec. III. Quanto si presenta agli occhi è però indiscutibilmente bizantino, frutto di un intervento operato nel VI e di un rimaneggiamento del X. L’interno fonde la pianta basilicale con una struttura a croce greca; nel battistero, cui si accede dalla navata destra, rimane ancora la vasca cruciforme per l’immersione; in fondo alla navata sinistra è invece Ágios Nikólaos, la struttura più antica del tempio, a tre navate su colonne antiche (l’iconostasi marmorea è del ’600).

Per avere anche solo qualche idea sulla celebre scuola di scultori di Páros basta addentrarsi nel vicino Moussío (visita: ore 8-14.30; lunedì chiuso): una Nike (470 a.C.) si accompagna a un frammento della cosiddetta «Cronaca di Páros», cronologia universale redatta su marmo nel III sec. a.C. dove è citata la data apocrifa della nascita di Omero, e a una parte del mosaico (Fatiche di Ercole) dall’edificio sotto la Panagía Ekatondapiliáni. Del kástro, che i Veneziani costruirono nel sec. XIII a dominio del borgo reimpiegando materiali di età classica, rimangono solo rovine, su cui troneggia una torre. Merita raggiungerlo sia per la chiesa di Ágios Konstandínos, che poggia su un tempio antico (il portale marmoreo è decorato da rilievi), sia per il panorama sulla baia.

Il resto dell’isola di Páros

Il borgo di Náoussa (ΝΑΟΥΣΑ), km 11 a nord-est del capoluogo, ha anch’esso conosciuto un forte sviluppo turistico, ma il mare – specie davanti a Kolimbíthres, Lagéri e Sánta María – ricompensa della delusione di veder convivere tipiche case cicladiche con alberghi in cemento; belli i festeggiamenti (23 agosto) a ricordo di una vittoria navale sui Turchi. Lo sviluppo turistico ha in parte risparmiato, km 12 a sud-est, Léfkes (ΛΕΥΚΕΣ) e, km 18, Márpissa (ΜΑΡΠΗΣΣΑ), ancora oggi aggrappata al pendio a strapiombo con il suo dedalo di vicoli da cui spuntano i colori dei fiori; dal monastero di Ágios Andónios (sec. XVI) la vista abbraccia la costa sud-est dell’isola.

L’isola di Andíparos

Chi è in vacanza a Páros non manca di raggiungere quest’isola (ΑΝΤΙΠΑΡΟΣ, ab. 819), attirato dalle spiagge ma anche dalla celebre grotta (visita: maggio-ottobre ore 11-17), ricca di suggestive concrezioni, che scava per 90 m il monte Agios Ilías.


Náxos (ΝΑΞΟΣ)

Origine divina avrebbero i vini bianchi e rosati che ancora oggi si producono sull’isola (km² 448; ab. 17 093). Il primo ramo di vite sarebbe giunto, secondo il mito, con Dioniso, approdato in questo punto dell’Egeo e immediatamente invaghitosi di Arianna. Stando questa volta alla fantasia popolare, il dio l’avrebbe vista nel suo palazzo, a farsi una ragione del tradimento di Teseo, che dopo averla sedotta in quel di Creta – mentre era intento a uccidere il Minotauro – qui l’aveva qui abbandonata. E ‘divini’ sono anche il sapore del miele e del liquore di cedro (questa è una vera specialità) e le spiagge di sabbia, che hanno fama di essere tra le più belle della Grecia. Attirando di conseguenza folle di turisti.

Storia di Náxos

Che le vicende storiche di Náxos inizino addirittura alla fine del IV millennio a.C. la dice lunga sull’importanza dell’isola nel Mediterraneo. Le statuine fittili a forma di violino sono tra i primi esempi di arte dell’uomo, ma l’isola fu una delle ‘capitali’ della Grecia per tutta l’età antica: politica, poiché i suoi abitanti amministrarono a lungo il santuario di Delo; ed economica, grazie a quei marmi copiosamente utilizzati nella statuaria. Ma prospera Náxos lo fu anche sotto i Bizantini, come ricordano le chiese, e la repubblica di S. Marco, che di lei s’impadronì nel 1207 nel corso della IV crociata. All’istituzione di un ducato, che durò sino alla conquista turca del 1566, si accompagnò la costruzione di quelle torri fortificate che tuttora denotano il paesaggio, conferendo all’isola un aspetto diverso rispetto alle altre Cicladi.

Náxos

Arrivando in porto…

È l’arrivo in nave che offre il colpo d’occhio migliore del capoluogo (ab. 4334), con il cuore dell’abitato che si arrampica sulla collina presidiata dal kástro e, a destra, l’isolotto di Palátia, collegato da una lingua di terra alla riva. Sbarcati al porto, che quasi naturalmente si prolunga nella Platía circondata da portici e gremita di taverne, è là che ci si dirige per prima cosa. A vedere l’enorme portale* marmoreo che è l’unico resto di un tempio ionico iniziato nella seconda metà del VI sec. a.C. e immaginato dalla fantasia popolare come il palazzo di Arianna. Parte dei suoi marmi vennero ‘riciclati’ nel kástro, cui si sale dalla Platía sostando davanti alla Cattedrale ortodossa (sec. XVIII) per osservare i resti dell’antica agorá, di forma quadrata e circondata da portici. Fu da questa cittadella che la Serenissima governò da inizi ’200 tutte le Cicladi, da questo luogo fortificato che accoglie con il giro di mura coeve e che abbraccia un intrico di strette vie fitte di residenze veneziane con portali marmorei e armi gentilizie. Il Palazzo ducale ben si è prestato a diventare sede dell’Arheologikó Moussío** (visita: estate, ore 8-14.30, lunedì chiuso; inverno, ore 8.30-15; lunedì chiuso), il cui punto di forza è costituito dalla collezione cicladica, seconda per consistenza dopo quelle del Museo archeologico nazionale e del Museo d’Arte cicladica di Atene. E furono gli stessi Veneziani a fondare la vicina Cattedrale latina, come ricordano alcune lapidi sepolcrali all’interno; bizantina è l’icona (Madonna col bambino e donatore; S. Giovanni) posta sull’altare maggiore.

Il resto dell’isola di Náxos

Un itinerario di km 49 a nord-est, per scoprire l’altra faccia dell’isola, i cui ingredienti sono vallate coperte di uliveti e montagne che superano i 1000 m; con la compagnia continua di un paesaggio dove si nascondono torri fortificate d’impronta veneziana, piccole chiese e cappelle bizantine affrescate e, persino, alcune statue antiche abbandonate direttamente nelle cave. A km 3, deviazione a sinistra per, km 7, Míli, dove in un giardino fiorito si trova un koúros arcaico (VI sec. a.C.) abbandonato a causa delle imperfezioni della pietra. Oltre, km 5, Galanádo: la dimora veneziana a destra della strada è la torre Belonia, mentre la vicina chiesa di Ágios Ioánnis (sec. XIII) accoglie funzioni ortodosse nella parte destra e cattoliche nella sinistra. Della Tragéa, un fertilissimo altopiano coperto di ulivi ideale anche per le escursioni, si hanno belle viste mentre si procede alla volta di, km 19, Halkí.


Fonte del contenuto: Touring Club Italiano