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Giocolettura, LA VITA AGRA - 10 Scrittori in circolo

La vita agra, avversità che affliggono l’umanità

Giocolettura "10 Scrittori in circolo"

Dieci brani di libri scritti da autori d'ogni tempo e luogo. Raccontano le avversità che affliggono l’umanità.
Ogni autore è collegato idealmente ad un altro per gli argomenti che tratta, senza ordine cronologico. I partecipanti potranno leggere a voce alta alcune pagine che abbiamo scelto o leggere il brano di un prprio libro. Un facile gioco per “chiudere il circolo”.

Ordine di lettura:

  1. La vita agra di Luciano Bianciardi
  2. Scuola di Barbiana, lettera a una professoressa di Don Lorenzo Milani
  3. Parigi di Lorenzo Viani
  4. Senza un soldo a Parigi e Londra di George Orwell
  5. La linea d'ombra di Joseph Conrad
  6. Novelle Rusticane di Giovanni Verga
  7. AA.VV. Biografie e ritratti d’illustri siciliani morti nel cholera l’anno 1837
  8. Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas
  9. Il resto di niente di Enzo Striano
  10. Guida Istruttiva a Palermo e i suoi dintorni di Gaspare Palermo

A cura di riquadro.com

Redazione: Claudio V. Riolo, Lucina Gandolfo, Massimo Chioni (Ancona), Gianni Usai, (Genova)

Di seguito i libri selezionati

La vita agra
di Luciano Bianciardi

Di questo autore, dalla penna graffiante, abbiamo scelto un libro in parte autobiografico. Nella Milano degli anni ’60 Bianciardi intendeva vendicare l’ingiusta morte degli operai in miniera. Lo scrittore viveva in periferia, dormiva nelle camere ammobiliate e pranzava in latteria; in quei tempi le camionette della polizia inseguivano fin sui marciapiedi gli operai in sciopero.

Lettura condivisa:

E a guardare bene questo trasloco in periferia, nonché allontanarci ci avvicinava alla città. Finché fossimo rimasti nell’isola attorno alla Braida del Guercio, della città noi avremmo visto soltanto una fettina esigua, atipica, anzi falsa; avremmo visto, daccapo, pittori cappelluti, ragazze dai piedi sporchi, fotografi affamati, ma non la città. Non si capisce Parigi standose­ne barbacato a Montmartre, né Londra abitando a Chelsea. Così non si capisce questa città ruotando attorno alla cittadella guerra, dove il capocellula fa il parrucchiere per cani, e i compagni sono così spaiati e balordi.

Nemmeno serve a qualcosa tentare l’occasionale sortita verso le stazioni dei treni del sonno. In quel modo si rischia l’arte del superficiale giornalismo, di assaggiare cioè dall’esterno una situazione sociale e umana, e guardarla con gli occhi deformati dalla condizione tua personale. Non può capire niente chi vive tutto l’anno al grande albergo e poi parte per quindici giorni di viaggi nel paese dei tagliatori di teste. Costui non soltanto non intenderà nulla dei cacciatori di teste, ma rischierà, anche figuratamente, di rimetterci la testa sua.

No, per intendere la città, per cogliere al disotto della sua tesa tetraligine il vecchio cuore di cui molti favoleggiano, occorrerà – adesso lo capivo – fare la vita grigia dei suoi grigi abitatori, essere come loro, soffrire come loro. Far vita di quartiere, come suol dirsi, e magari anche vita di sezione, purché capocellula sia non il toscanaci parigino, ma il fiero imbianchino che t’ha pitturato la camera, e compagni il garzone del lattaio, il vigile urbano, la massaia, il giornalaio che ha una stanza nella pensione vicino a casa tua, purché cellula e sezione coincidano col tuo mondo quotidiano.

Di qui sarebbe nata la solidarietà, di qui il modo della riscossa, un milione e mezzo di formiche umane da stringere e scatenare contro i torrachioni del centro, contro i padroni mori e timbergheggi, contro i loro critici trapiedi, e fare piazza pulita d’ogni ingiustizia, d’ogni sporcizia, d’ogni nequizia.

Adesso capivo che sarebbe stato inutile e sciocco far esplodere da solo – o con l’aiuto di Anna e di pochi altri specialisti – la cittadella del sopruso, della piccozza e dell’alambicco. No, bisognava entrarci con la folla del mattino, starci dentro, comprenderla, amarla, e poi un giorno sotto, tutti insieme.

Perciò io ero contento di abitare in questa periferia popolana e laboriosa, di vivere in casa con una coppia tipica di immigrati da una zona sottosviluppata, l’Alto...

Scuola di Barbiana, lettera a una professoressa
di Don Lorenzo Milani

Nasce dall’esperienza di Don Lorenzo Milani, anche lui toscano, che nel 1947 scelse il sacerdozio. Nel ‘54 fu mandato per punizione dall'autorità ecclesiastica a Barbiana, un piccolo paese sull’Appennino. Non c'era luce, né telefono, né ufficio postale, talvolta nemmeno pane. Divenne parroco, amava insegnare, si dedicava ai poveri e per i ragazzi elaborò e realizzò la sua idea di scuola, impegnandosi 16 ore al giorno. Con il suo aiuto alcuni dei suoi allievi scrissero il libro manifesto di quegli anni ’60 così problematici. Papa Francesco pregò sulla sua tomba.

Lettura condivisa:

Cara signora,
Lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti.
Io invece ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che «respingete».
Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate.
Due anni fa, in prima magistrale, lei mi intimidiva.
Del resto la timidezza ha accompagnato tutta la mia vita. Da ragazzo non alzavo gli occhi da terra.
Strisciavo alle pareti per non essere visto.
Sul principio pensavo che fosse una malattia mia o al massimo della mia famiglia. La mamma è di quelle che si intimidiscono davanti a un modulo di telegramma. Il Babbo osserva e ascolta, ma non parla.
Più tardi ho creduto che la timidezza fosse il male dei Montanari. I contadini del piano mi parevano sicuri di sé. Gli operai poi non se ne parla.
Ora ho visto che gli operai lasciano ai figli di papà tutti i posti di responsabilità nei partiti e tutti i seggi in Parlamento.
Dunque son come noi. E la timidezza dei poveri è un mistero più antico. Non glielo so spiegare io che ci son dentro. Forse non è né viltà né eroismo. È solo mancanza di prepotenza.

… Finite le elementari avevo diritto a altri tre anni di scuola. Anzi la costituzione dice che avevo l’obbligo di andarci. Ma a Vicchio non c’era ancora scuola media. Andare a Borgo era un’impresa.
– A Barbiana tutti i ragazzi andavano a scuola dal prete. Dalla mattina presto fino a buio, estate e in inverno. Nessuno era «negato per gli studi».
Ma noi eravamo di un altro popolo e lontani. Il babbo stava per arrendersi. Poi seppe che ci andava anche un ragazzo di San Martino. Allora si fece coraggio e andò a sentire.
Quando tornò vidi che m’aveva comprato una pila per la sera, un gavettino per la minestra e gli stivaloni di gomma per la neve.
Il primo giorno mi accompagnò lui. Ci si mise due ore perché ci facevamo strada col pennato e la falce. Poi imparai a farcela in poco più di un’ora.
Passavo vicino a due case sole. Coi vetri rotti, abbandonate da poco. A tratti mi mettevo a correre per una vipera o per un pazzo che viveva solo alla Rocca e mi gridava di lontano.
Avevo undici anni. Lei sarebbe morta di paura. Vede? Ognuno ha le sue timidezze. Siamo pari.
Ma solo se ognuno sta a casa sua. O se lei avesse bisogno di dar gli esami da noi. Ma lei non ne ha bisogno.

Barbiana, quando arrivai, non mi sembrò una scuola. Né cattedra, né lavagna, né banchi. Solo grandi tavoloni intorno a cui si faceva a scuola e si mangiava.
D’ogni libro c’era una copia sola. I ragazzi gli si stringevano sopra. Si faceva fatica a accorgersi che uno era un po’ più grande e insegnava.
Il più vecchio di quei maestri aveva sedici anni. Il più piccolo dodici e mi riempiva di ammirazione.
Decisi fin dal primo giorno che avrei insegnato anch’io.
La vita era dura anche senza. Disciplina e scenate da far perdere la voglia di tornare.
Però chi era senza basi, lento o svogliato si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta solo per lui. Finché non aveva capito, gli altri non andavano avanti.
Non c’era ricreazione. Non era vacanza nemmeno la domenica.
Nessuno di noi se ne dava gran pensiero perché il lavoro è peggio. Ma ogni borghese che capitava a visitarci faceva una polemica su questo punto.

Parigi
di Lorenzo Viani

Toscano, artista completo, complesso, lirico, espressionista dai sentimenti intensi, scrisse degli emarginati e dipinse i loro ambienti. Era attratto dal mito artistico della capitale francese. Vi si recò due volte nei primi del ‘900 e scoprì l'emarginazione, i ghetti della povertà e le masse di straccioni dell'umanità derelitta. Il libro, autobiografico, è drammatico.

Lettura condivisa:

Lo intuivo dai colpi che si dava sulle natiche e dai gesti delle braccia; quando ebbe svuotato il sacco, fischiando rufolò in un mazzo di chiavi per scovare quella dell’atelier A: il mio. Mi precedé sul­le scale squassandole per la nevrastenia. I piani della Rueche erano tre. Io fui assegnato all’ultimo. Gli studi, per ogni piano erano tanti quanti le lettere dell’alfabeto. L’atelier A rimaneva dirimpetto alle scale. La concierge schiacciò l’occhio, con una pedata sbatacchiò la porta contro la parete e disse:
«Voilà votre atelier» e ripartì alla svelta.

Presa visione rapida della casa: le rampe delle scale era­no strette come i peccati mortali; con sette salti si poteva uscire all’aperto.

Lo studio sembrava la cella di un carcere duro, il foro del pesce dalla stufa pareva il pertugio per il quale in segrega­zione apparisse la ciotola della zuppa, le mura sfarina­vano una tinta color pisello, mosche e burbiglioni erana rimasti cacciati sull’intonaco, nei cantiliva alba bianca che fiorisce nelle case disabitate, dei ragni tesseva­no tela sopra l’architrave, la stanza sapeva di fame. Ri­masi sorpreso che il mio predecessore, il quale non doveva legare la vigna con le salsicce perché in terra non c’era una briciola di pane, non avesse schiodato l’impianto di legno stagionato che bastava per colmare l’ansia, lo i­n­sommai subito con una scala a pioli per la quale si saliva in una piccola altana a toltazzarmi un nido di pensieri.

Per curiosare mi avvicinai verso l’invetriata. Com’era desolata a quell’ora la tragica sterpaia: rattristava il cuo­re. Invece che a Parigi ebbi la sensazione di essere in un villaggio selvaggio: verso le mura, a valle delle casette pic­cole come stalli di maiali, fatte di lateroni rugosi e coperte da cenci petrolini, coperte dei teloni incerati neri, uscin­vano i barboni di metà terra. Trombe di stenti schiacciate, e di chie tane; a quell’ora da tutti i tubi filava un fumo ce­leste di loja, con le braccia a catena legati fuori, uscivano dai tombini come i salmoni antichi e per le scarpe e le spalle di stracci ed di pezze imbevute d’umane e di ossa. Erano i cercatori che rufolavano nelle mucchia della loro

dura aiutati dai loro cani incimurriti. Di mezzo a un ac­quitrino che fumava come sotto vi ardesse un fuoco di stracci si elevavano i tetri muraglioni del cortile di una caserma. Un immenso edificio anneriva sullo slale del tra­mon­to, dalle finestre aperte che in ordini uguali dilungava sulla facciata e ne aumentavano la tetraggine, si udi­vano schiamazzi come se di onde quando si passa al di sotto le mura di un manicomio. La sentinella passeggiava con un dannato davanti al portone, l’ufficiale sembrava un tam­burasso piantato sulla terra, il tricolore svettava nel tramon­to pesando. Dei soldati manzavamo il cortile, un gruppo di prigionieri erano ad areggiare sopra una scarpata, con i bastoni in mano e co le bajonette innastate. Dei cava­lli legnosi erano legati ai mozzi delle carrette celesti, altri soldati polivano su muriccioli di un fosso che tagliava il cortile a metà. La tromba ogni minuto faceva il tremito lagne dei adunati, una eco decenteva i lampioni fuori delle mura. L’acre tanfo di cloàstico a aceto delle esalazioni innoclinali, al fetore degli uomini accatastati, il besti­no della comunità appestava l’aria. I gesti insulsi, come quelli dei galeotti e dei pazzi, quell’andare e venire senza guida d’una volontà, quel trapano d’ottone, martirizzavano l’ani­ma.

Il medico doveva essere stato sminestrato da allora, nelle querce, delle mucchia di paste apologitalgia fumava in un canto. Fuori stazionava una folla di affamati. Quando al pastone i due cani cucchiai simili a cani musatti infilza­ti in una calocchia ebbero riempito le secchi di quel­tasettimana e dietro alla raccolta che sbadigliava di fuori, arrivarono on alle Ruche dei latrati orribili; la voce del­l’uomo quando contente il pastone li sua stimolo. I solda­ti ne stinavano aduno a pedate, ma i lembrugi avidi, divenivano occhi che sceledilla pastose e urlavano come pazzi. Quando qualcuno aveva riempito il pentolo s’acco­volava lungo il muro e colle mani in tenova e coi piedi, i glussassi sembravano dei mostri ruzzola merda che ro­dessero le fondamenta della caserma.

Quando debsero saziato la bramosia vorace, i lembrugi forbendosi le spaventose bocche delle maniche del giub­bo al l’erbe alte, o alle cocche della camicia si alzarono come spettri e presero a girare intorno al muraglione: eran...

Senza un soldo a Parigi e Londra
di George Orwell

Lo scrittore inglese visse nelle due capitali per conoscere e condividere la vita degli strati infimi della società. A Parigi era un plongeur, sudicio sguattero; a Londra, un vagabondo vestito di stracci. Sugli stessi toni drammatici di Viani, Il libro è un terrificante racconto dei diseredati schiavi che lavoravano nei ricchi alberghi turistici.

Lettura condivisa:

...poi fa un passo indietro e contempla il pezzo di carne come un artista contempla un quadro, lo mette a posto con piccole affettuose pressioni delle dita grasse e rosse, che nel corso della mattinata ha leccato centinaia di volte. Quando è soddisfatto prende uno strofinaccio, toglie le impronte dal piatto e lo restituisce al cameriere. E il cameriere naturalmente ficca nel sugo le sue dita, ditacce unte che si passa di continuo fra i capelli impomatati.
Ogni volta che a Parigi un piatto di carne costa più di dieci franchi, diciamo, si può esser certi che è stato palpeggiato in questo modo. Nei ristoranti economici è diverso: lì non ci si dà tanta pena, e la roba, tolta con una forchetta dalla padella, viene buttata su un piatto senza che venga toccata con le mani. Per parlar franco, più si paga un piatto, più sudore e sputo bisogna mangiare.

La sporcizia è inerente ad alberghi e ristoranti, perché l’igiene viene sacrificata alla puntualità e alla bella figura. Si è troppo occupati a preparare i cibi per ricordarsi che dovranno essere mangiati. Un pranzo, per chi lavorava in un albergo, è semplicemente une commande, come in un uomo che muore di cancro, per il medico, è semplicemente “un caso”. Un cliente ordina, per esempio, un toast imburrato. Qualcuno, obrero di lavoro in una profondissima cantina, deve prepararlo. Come può fermarsi a pensare: “Questo toast qualcuno lo mangerà, bisogna che sia mangiabile”? Lui sa soltanto che il toast deve presentarsi bene ed essere pronto in tre minuti. Dalla fronte gli cadono sul toast grosse gocce di sudore. Perché dovrebbe preoccuparsene? Poi il toast cade sulla segatura sudicia del pavimento. Perché incomodarsi a prepararne un altro? Si fa molto più in fretta a sfregarlo via la segatura. Mentre viene portato di sopra, il toast cade di nuovo dalla parte del burro. Un’altra sfregatina ed
tutto quel che occorre. E la stessa cosa succede con tutto il resto. Gli unici piatti preparati in rispetto alle regole dell’igiene, all’Hôtel X., erano quelli per il personale, e per il patron. La massima ripetuta da tutti era: “Per il patron tutte le attenzioni, per i clienti s’en f… pas mal!”. Dovunque, nel reparto servizi, imprudentiuli si udiva: una vena segreta di sudiciume che correva per tutto quell’albergo vistoso come gli intestini nel corpo di un uomo.

Sudiciume a parte, il patron imbrogliava i clienti con tutto il suo cuore. Per lo più la roba era di pessima qualità, sebbene i cuochi sapessero presentarla con stile. La carne tutt’al più era di qualità comune, e in quanto alla selvaggina, raramente era macellato l’avrebbe degnata di uno sguardo. La panna, per disposizione permanente, veniva diluita col latte. Il tè e il caffè erano di seconda qualità e la marmellata era una porcheria sintetica contenuta in grandi vasi senza etichetta. Tutti i vini più scadenti, secondo Boris, erano imbottigliati come vin ordinaire. Il regolamento stabiliva che bisognava pagare tutto quello che si danneggiava, e quindi accadeva raramente che si buttasse via la roba rovinata. Una volta un cameriere del terzo piano fece cadere per il vano del montavivande un pollo arrosto, che finì su un mucchio di immondizia con rimasugli di pane, pezzi di carta, eccetera. Noi lo ripulimmo con uno strofinaccio e lo ripresentammo su. Di sopra correva la brutta voce che le salviette usate una volta non venivano lavate, ma semplicemente inumidite, stirate e rimesse sui letti. Il patron era tirchio con noi come lo era con i clienti. In tutto quel grande albergo non c’era, per esempio, una scopa morbida, né una paletta per la spazzatura; bisognava arrangiarsi con una granata e un pezzo di cartone. Il gabinetto del personale era degno dell’Asia centrale, e non...

La linea d'ombra
di Joseph Conrad

Un altro inglese, di origine polacca, ci trascina in una realtà diversa con un romanzo decisamente autobiografico, The Shadow line, La linea d'ombra: un’espressione formidabile con cui Conrad indica il momento in cui si scorge di fronte a sé una linea d'ombra e si avverte un cambiamento di vita definitivo tra la prima gioventù e il tempo della maturità. Nei lunghi viaggi per mare in Oriente si combatte contro tutto e si soccombe alle febbri malariche. È un'iniziazione al mare, alla vita dura, alla forza, un racconto spettacolare che comprende tempeste formidabili e bonacce.

Lettura condivisa:

C’è stato un po’ di vento nella mattinata?
Non mi pare proprio, capitano. Però ci siamo sempre mossi. La terra, di prua, pare un poco più vicina.

E così stavano le cose. Un po’ più vicina. Con un po’ più di vento, soltanto un po’ di più, avremmo potuto, avremmo dovuto essere ormai al traverso di Capo Liant, aumentando la distanza da quella costa ammorbata. E non si trattava soltanto di distanza. Mi pareva che una brezza più forte avrebbe spazzato via l’infezione che si era appiccicata alla nave. Che stesse appiccicata alla nave era ovvio. Due uomini. Uno scottava, l’altro aveva i brividi. Sentivo una chiara riluttanza ad andarli a vedere. A che serviva? Il veleno è veleno. La febbre tropicale è febbre tropicale. Ma che avesse allungato i suoi artigli su di noi passando il mare mi pareva un arbitrio singolare e sleale. Cercavo di convincermi che non fosse nulla di peggio di un ultimo disperato strattone del male cui tentavamo di sfuggire verso il puro respiro del mare. Se solo quel respiro fosse stato un poco più forte. Comunque, contro la febbre c’era il chinino. Andai nella cabina dove si teneva la cassetta dei medicinali, per preparare due dosi. La aprii pieno di fede, come un uomo apre un reliquiario miracoloso.
La parte superiore era occupata da una serie di bottiglie, tutte quadrate, uguali una all’altra come gocce d’acqua. Sotto questa ben ordinata schiera c’erano due cassetti, zeppi di roba fino all’inverosimile — pacchetti di carta, bende, scatole di cartone con etichette ufficiali. Quello inferiore conteneva in uno dei suoi scomparti la nostra provvista di chinino.

C’erano cinque bottiglie, tutte rotonde e tutte della stessa grandezza. Una era piena per un terzo. Le altre quattro erano ancora incartate e sigillate. Non mi aspettavo però di trovare, posata in cima alle bottiglie, una busta — una busta quadrata che, in effetti, apparteneva alla cancelleria di bordo.

Novelle Rusticane
di Giovanni Verga

Verga racconta con profonda passione la vita e il lavoro di campagna. Malaria descrive il logorio della tremenda malattia che assedia corpo e spirito di uomini e donne che lavorano nei campi anche per tutta la vita. Con il suo verismo, guarda da vicino e dal basso il mondo delle campagne e trasmette al lettore il disagio delle condizioni di vita di una Sicilia arretrata, immedesimandosi nell’ambiente in cui vivono i personaggi. Ma sa anche raccontare la Milano postunitaria, dove visse per vent’anni. Nella ricca e moderna metropoli, i vinti, emarginati e sofferenti, sono tagliati fuori dal cosiddetto progresso.

Lettura condivisa:

E' vi par di toccarla colle mani — come della terra grassa che fumi, là, dappertutto, torno torno alle montagne che la chiudono, da Agnone al Mongibello incappucciato di neve — stagnante nella pianura, a guisa dell’afa pesante di luglio. Vi nasce e vi muore il sole di brace, e la luna smorta, e la Puddara, che sembra navigare in un mare che svapori, e gli uccelli e le margherite bianche della primavera, e l’estate arsa; e vi passano in lunghe file nere le anitre nel nuvolo dell’autunno, e il fiume che luccica quasi fosse di metallo, fra le rive larghe e abbandonate, bianche, slabbrate, sparse di ciottoli; e in fondo il lago di Lentini, come uno stagno, colle sponde piatte, senza una barca, senza un albero sulla riva, liscio e immobile. Sul greto pascolano svogliatamente i buoi, rari, rincagnati sino al petto, col pelo irsuto. Quando risuona il campanaccio della mandra, nel gran silenzio, volan via le cutrettole, silenziose, e il pastore stesso, giallo di febbre, e bianco di polvere anche lui, schiude un istante le palpebre gonfie, levando il capo all’ombra dei giunchi secchi.

E che la malaria v’entra nelle ossa col pane che mangiate, e se aprite bocca per parlare, mentre camminate lungo le strade soffocanti di polvere e di sole, e vi sentite mancar le ginocchia, o vi accasciate sul basto della mula che va all’ambio, colla testa bassa. Invano Lentini, e Francofonte, e Paternò, cercano di arrampicarsi come pecore sbrancate sulle prime colline che scappano dalla pianura, e si circondano di aranceti, di vigne...

AA.VV. Biografie e ritratti d’illustri siciliani morti nel cholera l’anno 1837

Mentre la malaria colpiva uomini e donne della campagna, il colera fu una malattia pandemica diffusa in tutta Europa in epoche diverse. Palermo ne fu gravemente colpita nel 1837 e un prezioso libro, pubblicato solo un anno dopo, celebra la vita di 13 importanti personaggi morti in quell’occasione. Tra questi, Pietro Pisani, raccontato da Antonino Linares. Pietro Pisani, che oggi definiremmo manager illuminato, era un amministratore dei Borboni. Antesignano di Franco Basaglia (psichiatra e neurologo innovatore del ‘900), fece costruire La Real Casa dei Matti, intendendo curare i malati di mente con il sorriso e la musica, in accordo con la Regina. Dedicò altrettanta cura all’insegnamento giovanile e salvò dalla decadenza il Conservatorio di musica. Il suo impegno fu determinante anche nel salvataggio e nella ricomposizione delle metope di Selinunte, che nel 1823 stavano per essere trafugate.

Lettura condivisa:

sorgere a un tratto magnifico edifizio, fioriti giardini, viali amensissimi. Qua i maniaci, altrove i dementi, dove i furiosi, e dove i malinconici: le donne separate dagli uomini, tutti alloggiati in pulite camere. In poco di tempo vedemmo la utile riforma; la carcere diventâr palagio, le bestie uomini ed uomini ben nutriti. Ma con quai mezzi tanta prodigiosa riforma? Ma con quali rimedi? Col solo sistema morale. Certo gli è cosa antica il sistema della cura morale. Celsò fra’ Romani e Celio Aureliano commendato lo avevano a guarir la mania. E Pinel in Francia ed Esquirol, nel secolo in cui viviamo, dato gi’avevano ampio sviluppo, dettato precetti, stabilite regole, e secondo naturali dettami diretta la cura degl’infermi. Ma Pisani non ristette a quel punto dove la scienza era arrivata; generalizzò ancora più i principî della cura morale, ed abolì interamente l’uso delle medicinali applicazioni per qualsiasi caso, età, o sesso. E fece ancora di più: trovò il mezzo di distrarre i miseri dalle fissazioni, che sono eterno fomito delle loro alienazioni. Questo era il travaglio. Il travaglio, egli diceva, li svía dalle sensazioni dolorose, mette in esercizio le loro membra, ciba che porta stanchezza, e quindi il placer del riposo, la forza, e la floridezza della persona.
Giusto era il principio, ma difficile la esecuzione; e il forte stava nel trovare il modo a vincere gli ostacoli, che nei primi passi dalla parte de’ folli si opponevano alla grande impresa. E lo trovò nella sua pazienza, nella sua destrezza, nella moderazione, in una vita di fatiche e di pene, promovendo la gioia, allentando col canto, co’ giuochi, colle promesse, colle carezze. Così non solo ei giunse a render più mite la loro sorte, più spessa la guarigione, ma ebbe braccia utili per le fabbriche, per l’industria, per il servigio interno dell’ospizio. Leggete la statistica decennale, e voi troverete una guarigione del quarantatrè per 100, mentre che in Francia, dove son tanti i mezzi , non si ottenne
dallo stesso Esquirol che il terzo per 100. Andate all’ospizio; tutto si fa dai pazzi, il portinaio, gli artigiani, il cuoco, il sarto, il giardiniere son pazzi. E ciò che ad altri sembrerebbe incredibile, abbiamo veduto questi esseri disgraziati sfilare con ordine per le strade, recitando preci, percorrere allegri le campagne, far delle sceniche rappresentazioni.
Mi par di vederlo quest’uomo mirabile per la pazienza, prender parte alle loro immaginate sventure, asciugare le loro lagrime, condurli al lavoro, rovocare la loro gioia frenandone gli eccessi, risponder con dolci parole agl’assurdi propositi, alle stravaganti dimande. Mi par di vederlo attorniato da uomini e da donne di vario aspetto, di strani pensieri, che gli s’affollano d’intorno; e chi gli bacia le mani e chi lo abbraccia, e chi alzasi e chi balla, tutti festeggiandolo come padre ed amico; i mesti che una lagrima di pietà scerda da quel ciglio rugoso che sembrava fatto per la minaccia e per lo sdegno.
Il Pisani non parea nato né fatto a sì grande filantropica istituzione; né i primi anni della vita sua consacrati al piacere, né la sua burbera figura, né i suoi modi severi rivelavano un animo sì tenue e pietoso. Nacque l’anno 1764 al Melchiorre, di famiglia qui venuta da Pisa nel secolo XVI°; né più di questo io so , né importasapere della sua origine, chè ei non ritrasse che da sè onori e...

Il conte di Montecristo
di Alexandre Dumas

Pietro Pisani è citato anche da Alexandre Dumas che, da Parigi, ne conosceva il valore. Il versatile autore francese, noto per aver scritto centinaia di romanzi storici e d'avventura, consolidò il successo con I tre moschettieri e il Conte di Montecristo. Le vicende di Edmond Dantès, perseguitato dai suoi nemici e poi aiutato dalla fortuna, affascinano e tengono con il fiato sospeso. Dumas amava l’Italia e sognava di partecipare alla sua liberazione. Conobbe e stimò Giuseppe Garibaldi che, in cambio, gli affidò la tutela dell’arte a Napoli e la redazione del Giornale L’Indipendente con sede in via Chiatamone, nel quartiere di Santa Lucia.

Lettura condivisa:

...in queste grotte: il tesoro sta nell’angolo più lon
il qual tesoro lascio a lui solo erede. 25 aprile 1498
Ces

«Ora» riprese l’abate «leggete quest’altra carta.» E presentò a Dantès un secondo foglio con altri frammenti di righe. Dantès lo prese e lesse:

sendo stato invitato a pranzo da Sua Santità contento d’avermi fatto pagare il cappello, servarmi la sorte dei cardinali Crapara io dichiaro a mio nipote Guido Spada, scosto in un luogo che egli conosce le grotte della piccola iedo in lingotti, in monete d’oro, in pie io conosco l’esistenza di questo tesoro, ioni di scudi romani e che egli e a partire dal piccolo re sono state praticate tano della seconda, come mio.
are Spada

Faria lo seguiva con occhio ardente.
«Adesso» disse, dopo aver visto che Dantès era arrivato all’ultima riga «avvicinate i due frammenti, e giudicate voi stesso.»

Dantès obbedì; i due frammenti avvicinati costituivano il seguente insieme:
Oggi 25 aprile 1498, es..., sendo stato invitato a pranzo da Sua Santità Alessandro VI, e contento che, non... contento d’avermi fatto pagare il cappello cardinalizio, egli voglia anche ereditare da me il tesoro, io dichiaro che, come mio nipote Guido Spada, mio erede universale, io lo dichiaro a lui, scosto in un luogo che egli conosce per averlo già visitato con me... le grotte della piccola isola dell’Elba di Montecristo, tutto quanto io poss...iedo in lingotti d’oro...

«Ebbene, capite finalmente?» disse Faria.
«È la dichiarazione del cardinale Spada, è il testamento che ho cercato per tanto tempo?» disse Edmondo ancora incredulo.
«Sì, mille volte sì.»
«E chi l’ha ricostruito in tal modo?»
«Io, che con l’aiuto del frammento rimasto ho indovinato il resto misurando la lunghezza delle righe della carta e penetrando nel senso nascosto per mezzo del senso visibile, come uno si orienta in un sotterraneo con un filo di luce che gli venga dall’alto.»
«E che faceste quando credeste di aver acquistato questa convinzione?»
«Volli partire subito, e anzi partii immediatamente portando con me l’inizio della mia grande opera su un regolamentario in Italia, ma da tempo la polizia imperiale, che, al contrario di quanto Napoleone volle in seguito, quando gli nacque un figlio, voleva la divisione delle province del regno, mi teneva già d’occhio. La mia partenza precipitosa, quella era lontana dal conoscere il segreto, insospettì gli Spetti, e nel momento in cui stavo per imbarcarmi a Piombino fui arrestato.»
«Ora,» continuò Faria guardando Dantès con un’intensità che quasi patema «ora, amico mio, voi ne siete quanto me. Se noi ci salviamo insieme il tesoro è nostro: se io muoio qui e vi è dato uscirne, il tesoro è vostro. »
«Ma,» domandò Dantès esitando «questo tesoro non ha nel mondo dei proprietari più legittimi di noi?»

Il resto di niente
di Enzo Striano

L’autore racconta il momento storico di ribellione nel Regno di Napoli nel 1799. Alcuni intellettuali tentarono di realizzare la repubblica partenopea sull’onda della Rivoluzione francese. Centrale è la figura di Eleonora de Fonseca Pimentel, colta letterata e giornalista. Il nome del romanzo nasce da una sua frase: “di questi famosi poeti forse qualcosa resterà, fra cent’anni, duecento nel 1983, meus Deus! Ma di me? Nada de nada. Il resto di niente.” Perderà la vita sul patibolo con i suoi amici e compagni di fede intellettuale. Tra i numerosi personaggi storici citati troviamo Re Ferdinando IV di Borbone e la regina Maria Carolina, il Visconte Horatio Nelson e l’amante lady Emma Hamilton, il Duca Ammiraglio Francesco Caracciolo, che, dopo la morte per mano del boia, riposa nella chiesa Santa Maria alla Catena di Santa Lucia. Durante la rivoluzione il re Borbone riparò a Palermo nella Palazzina Cinese.

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...giorno solo per quello che, qui dentro, esso può dare. Ad accettare i riti meschini delle ventiquattr’ore: cibo, sonno, lavoro, rosario, discorsi beoti.
Momento bruttissimo quando fu condotta all’interrogatorio da Guidobaldi. Ci aveva pensato tutta la sera e la notte precedenti, variando di continuo, nella mente, scene, situazioni, persone. Chissà perché immaginava quel Guidobaldi omaccione fosco, iracondo, attorniato da soldati in armi, dai carnefici coi più disparati strumenti di tortura. Le tornava in mente un libro datole da Pagano tanto tempo fa, perché lo recensisse. Erano i giorni in cui si discuteva sugli scritti del marchese Beccaria, nel volumetto si descrivevano le torture previste dalla Magnifica Comunità di Lugano, con relativi compensi al boia: applicazione di tenaglie infocate nei tiri milanesi, fendere una lingua lire cinque...
S’era costruita nel cervello battute e risposte, a un certo punto Guidobaldi si faceva mellifluo.
– Signora Marchesa, voi siete di famiglia nobilissima. Ho qui l’estratto dei vostri quarti portoghesi e spagnoli.
Teneva sul tavolo gl’incartamenti che papà aveva così penosamente inseguito.
– Non comprendo come voi, così degnamente titolata, siate stata coinvolta in movimenti plebei. Che hanno, tra i loro fini, la distruzione della nobiltà. Dei pilastri sociali.
E lei tirava fuori la prima frase plutarcheiana: – La vera nobiltà consiste nell’essere giusti.
Riappariva l’immagine del Guidobaldi feroce, irritato.
– Sappiamo che frequentate persone poco raccomandabili.
– Sarebbero? – rispondeva con alterigia, fissandolo negli occhi.
– L’avvocato Pagano, l’abate Jerocades, il signor Caiaa. Il nominato Lauberg, pericoloso criminale, agente dei nemici stranieri di Sua Maestà. In casa vostra son stati trovati libri proibiti.
– Per esempio?
– I libri del principe Filangeri. Dell’abate Genovesi.
Nuova frase folgorante: – Io credo, signore, che se faceste perquisire gli studi delle persone colte d’ogni nazione civile trovereste questi stessi libri.
– E qua non si possono tenere – rispondeva stupidamente lo sconfitto.
– Allora quali sono i libri che si possono tenere? – incalzava lei.
– Non lo so. Non è roba di cui io m’intenda.
– Quindi fareste bene a tacere – redarguiva.
L’inquisitore faceva occhi galanti, le fissava il petto, che sporgeva pure sotto l’odioso camicione grigio.
– Signora Marchesa. Siete una dama bella, gentile, siete stata a Corte. Eravate nota, ammirata per i vostri versi. Come avete potuto abbandonare tutto ciò? A quest’ora sareste una celebrità. A Corte v’avrebbero incaricata di ogni incombenza culturale. Avreste preso il posto del signor Primicerio, che è sparito e irreperibile, la vostra pensione sarebbe stata raddoppiata. In nome di che avete deciso di gettar via queste cose? Di poche idee fallaci, irrealizzabili. Per sciocca fedeltà ad amici egoisti.
Dio com’era facondo e penetrante, quel Guidobaldi della fantasia! Vero riflesso dell’inconscio, pensò, stizzita, cancellandolo l’ultima parte del discorso e riaffondando Guidobaldi nell’untuosa dimensione precedente.
– C’è rimedio a tutto. Fuorché alla morte – riprendeva, sorridendo. – Sua Maestà è disposto a perdonare. Noi dobbiamo individuare i nemici del Regno che ancora tramano la rovina, per turbare le dolcezze della vita, le semplici cose che rendon care le giornate ai miti Napoletani.
Ma perché il Guidobaldi fantasma parlava come Vincenzo Cuoco?
– La venuta dei Francesi, signora Marchesa, non risolverà i problemi del nostro popolo. Perciò, dimenticate anche le sue sorti di questa cara patria napoletana, e di come vi ha votata... Ha voluto collaborare. Oltre le persone che v’ho rammentato, ne avete conosciuto altre. Rendere servizio a Sua Maestà (anche a voi stessa) se voleste indicarmene qualcuna.

Guida Istruttiva a Palermo e i suoi dintorni
di Gaspare Palermo

L’autore avverte che in alcune regioni d’Italia e in Francia il viaggiatore trova itinerari stampati per conoscere i pregi cittadini e osservarli. Quindi si era messo al lavoro con l’obiettivo di far conoscere rarità e bellezze al viaggiatore. Inoltre informa e istruisce il cittadino sul proprio Paese. Poiché la città di Palermo è divisa in quattro parti, l'autore descrive tutta la città in quattro giornate. Quindi Porta Felice, Cassaro, Strada Nuova, le mura, le porte e le adiacenze, i dintorni, le campagne, le ville, le casine.
Tavole accessorie completano gli itinerari.

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...delle Monache del Monistero del Cancelliere. Le più degne da visitarsi sono quella del Principe di Pandolfina di famiglia Morroy. L’altra del Marchese Airola ed è delle più superbe da gareggiarla con qualunque altra d’Italia e di altri stranieri paesi. La casa nello esteriore presenta una ben architettata e bella facciata, con busti di marmo di Carrara, e chiusa all’intorno da un ampio cancello di ferro, di tratto in tratto interrotto da pilastri su dei quali posano moltissimi busti di marmo bianco. L’intorno merita tutta l’osservazione per la magnificenza dei saloni, e delle stanze disposte, e tappezzate qui più raffinato gusto, con pitture a fresco nelle volte, e quadri di ottimo pennello, e delicati e finiti lavori d’intaglio dorati. La villa è l’aggregato di più giardini, di ampie e spaziose passeggiate, di lunghi viali, a’ quali fanno ombre alleti e frondosi alberi, e di questi moltissimi stranieri, e finalmente di vasti campi posti a coltura. Ne fu fondatore il Marchese D. Stefano Airolli Presidente della R. G. C., ed indi perfezionata dal fratello Mons. D. Alfonso Airolli Giudice della Regia Monarchia e Cappellano maggiore. Non molto da questa distante è situata quella di S. M., chiamata la Favorita, che sarebbe lungo farne la minuta descrizione, ma da noi si accenneranno le cose più singolari. La casina è costruita alla chinese, e tutto è analogo alle costumanze di quella nazione. Nella facciata pendono innumerevoli campanelle, che suonano agitate dal vento, e sopra i chiassi due scale a chiocciola formate con sommo artificio di grossi massi di pietra, e ne è stato l’artefice il K. Capomastro Giuseppe Patrocio. Nelle stanze non vi è cosa, che non sia di gran pregio, avendo fatto a gara per abbellirle, e la squisitezza delle opere, e la rarità dei materiali. Diventorno l’occhio di chi le guarda le stampe dei più perfetti bulini d’Inghilterra, che in gran numero divisa in capriccio valgiare coricni pendeno dalle mura. Di un solo tutto vuoto è la real camera di dormire, essendo l’alcova decorata di dolcissime, e di altri ornamenti, Nella sala destinata a desinare per via di maestrevvoli ordigni sale dalla cucina la tavola col pranzo montato, fermandosi in mezzo dei commensali, che si trovano a sedere, i quali senza l'assistenza ed il ministero dei familiari, chiamando ciò che loro abbisogna per via di lacci concertati, che corrispondono a diversi campanelli, accennamente disposti, quali porta-voce nella camera inferiore, vengono serviti di piatti, di bicchieri, di posate, e di quanto altro loro occorre, montando il tutto col mezzo di ingegnosa macchina. La Real Cappella, alla quale si può passare tanto dall’interno degli appartamenti, quanto dalla parte di fuori, è di figura circolare con cupola nel mezzo sostenuta da 8 colonne di pietra bigia, il di cui diametro è di pal. 3, 7, e l’altezza di pal. 22, 7, con basi e capitelli di marmo bianco d’ordine jonico; gira intorno ad essa una loggia pel Re, per la Real Famiglia, e per le persone di Corte. Ampia è la villa, comprendendo più di salme 200 di terre di diversa indole e natura, custodita la maggior parte di mura, le quali terre sono distribuite in campi da seminvar grano, e qualunque sorta di civaje, in praterie, giardini, fruttiere, boschetti, oliveti, vigneti, ed orti. Lunghi, e deliziosi viali, e stradoni fiancheggiati da ombrosi alberi silvestri, e fruttiferi; e di altre piante, invitano chiunque a passeggiarvisi a piedi, che a cavallo, ed in carrozza, sino alla contrada di Mondello. Di tratto in tratto sono in essi formate delle piazze, or circolari, ed or quadrilunghe, ed alcune chiuse da cancelli di ferro di maestrevvole lavoro, con alberi e sedili per riposarvisi, ed insieme godere di quella amene verzura. Si sono ad S. M. tentate in questi terreni diverse speculazioni ed esperimenti al miglioramento dell’agricoltura, applicandovi le teorie ed ampelosi e più accreditati autori, i quali su queste argie materie hanno adottamente scritto; e di questi a sazietà ne abbonda la sua privata libreria; e la vegetazione delle piante, e della frutta, e di altre produzioni, ne ha riportato un utile e felice successo. Molti dei nostri, lusingati da un tale lovole e benefico esempio, hanno nei loro poderi tratto un tosto vantaggio. A certe determinate distanze s’incontrano delle deliziose colline, che incantano lo sguardo nelle mirabili verzure e desiata della natura, le quali spettano. Si osserva in una di queste un ombroso e pittoresco boschetto, ed in cui si erge una graziosa casina detta all’antica caccia di Diana. Prodigiosa è la quantità delle sue conduttive per...